Presto e bene...


Fino alla prima metà degli anni novanta, iniziare la pratica di un’Arte Marziale poteva significare dover affrontare alcuni mesi di allenamento individuale interamente dedicato alla preparazione fisica e all’apprendimento di tecniche delle quali si sarebbero poi capiti, forse, il significato e l’utilità dopo alcuni anni di frequenza assidua e costante. In quel periodo, cominciarono ad apparire anche in Italia le cosiddette discipline reali per il combattimento da strada, che segnarono un cambiamento radicale sia per l’allenamento che per il metodo di insegnamento. Inutile dire che il successo fu immediato, anche perchè molte persone che si iscrivevano a questi corsi lo facevano con la convinzione che avrebbero imparato tutto e subito. Se da un certo punto di vista questo può anche sembrare vero in realtà non è affatto così! Nel JEET KUNE DO che insegno io, la gran parte dell’allenamento è dedicata al lavoro in coppia tramite l’utilizzo di apposite attrezzature che rendono più realistica possibile la esecuzione di ogni attacco o difesa che possa essere applicabile in un combattimento reale. Siccome si inizia subito dalla prima lezione con questo metodo, mi capitò in passato qualche allievo che credeva di avere raggiunto la totale padronanza delle proprie tecniche dopo solo un paio di mesi di pratica. Questo rappresenta un grosso problema! Ciò che si impara nei miei corsi non ha un riscontro sportivo su un ring o su un quadrato, dove ci sono regole che i due contendenti sono tenuti a rispettare, con arbitri che vigilano sulla correttezza dell’incontro, magari anche interrompendo il match. Pur riconoscendo la indiscutibile validità del combattimento sportivo per quello che può dare a un praticante in termini di controllo della tensione nervosa, scelta di tempo, abilità a muoversi in una situazione abbastanza reale e difficile, si tende sempre a dimenticarne gli evidenti limiti imposti dall’ovvia esigenza di evitare danni fisici ai combattenti. Se un mio allievo si trova costretto a combattere, significa che in palio non c’è un trofeo o un titolo sportivo, ma l’incolumità fisica o, forse, anche la vita. Una volta capita questa importante differenza, appare chiaro che non esiste più nessun margine di errore, quindi un corretto atteggiamento psicologico e la perfetta preparazione fisica e tecnica possono fare la differenza tra vivere e morire. A questo punto è naturale prendere coscienza del fatto che avere già imparato ad eseguire quattro pugni e tre calci in due mesi non è sufficiente a metterci nella condizione di poter affrontare uno scontro reale con la consapevolezza dei rischi e la tranquillità necessaria. C’è un lungo lavoro da svolgere per raggiungere questa condizione, con molta pazienza e umiltà, un passo alla volta, seguendo la guida e i consigli di chi ci insegna. La fretta di imparare è una nemica che nessuno sarà mai in grado di combattere.