Elenco degli articoli pubblicati sul "Dove Settimanale di Spettacolo"



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Dove 581 - 22/04/2005 - La mia prima volta

Dove 582 - 29/04/2005 - Arti Marziali perché

Dove 583 - 06/05/2005 - Scegliere l'Arte Marziale

Dove 584 - 13/05/2005 - Scegliere il proprio Maestro

Dove 585 - 20/05/2005 - Presto e bene....

Dove 586 - 27/05/2005 - Come guidare l'automobile

Dove 587-588 - 03/06/2005 - La coscienza di ciò che si fa

Dove 589 - 17/06/2005 - Domande e risposte

Dove 590 - 24/06/2005 - La pratica e la difesa

Dove 591 - 01/07/2005 - Senza possibilità di scelta

Dove 592 - 15/07/2005 - Resistenza e vulnerabilità

Dove 593 - 29/07/2005 - Terza mostra dei coltelli

Dove 594 - 09/09/2005 - Balisong, il coltello a Farfalla

Dove 595 - 16/09/2005 - Karambit, l'artiglio della Tigre

Dove 596 - 23/09/2005 - Sifu Bonomelli a Bologna

Dove 597 - 30/09/2005 - Una giornata indimenticabile

Dove 598 - 07/10/2005 - Stage su Trapping e Kali

Dove 599 - 14/10/2005 - Il Jeet Kune Do di Bruce Lee

Dove 600 - 21/10/2005 - Il potere della completezza

Dove 601 - 28/10/2005 - Molto più di un semplice attore

Dove 602 - 04/11/2005 - Le Arti Guerriere Filippine

Dove 603 - 11/11/2005 - L'allenamento con i bastoni

Dove 604 - 18/11/2005 - Jeet Kune Do e Kali-Escrima

Dove 605 - 25/11/2005 - La difesa da coltello

Dove 606 - 02/12/2005 - Sapersi adattare all'arma

Dove 607 - 09/12/2005 - Strategie di difesa contro le armi

Dove 608 - 16/12/2005 - Chi deve proteggere chi

Dove 609-610 - 23/12/2005 - Dedicato alle donne

Dove 611 - 13/01/2006 - L'arma della ragione

Dove 612 - 20/01/2006 - L'autodifesta femminile

Dove 613 - 27/01/2006 - Non accettate di essere vittime

Dove 614 - 03/02/2006 - Autodifesa in poche lezioni

Dove 615 - 10/02/2006 - Sifu Acquistapace a Bologna

Dove 616 - 17/02/2006 - Confrontarsi per crescere

Dove 617 - 24/02/2006 - Stage su Jeet Kune Do e Kali

Dove 618 - 03/03/2006 - Non sprecate il vostro tempo

Dove 619 - 10/03/2006 - Quando e perchè reagire

Reagire quando e perché


In un corso di Autodifesa Femminile è indispensabile chiarire subito alle allieve qual’è l’obiettivo che ci si pone di perseguire, e sul quale si dovrà concentrare tutta l’attenzione. E’ inutile tentare di difendersi da uno scippo, perchè l’azione dello scippatore è sempre estremamente improvvisa e fulminea, così come è assurdo cercare di opporsi ad una rapina visto che l’unica cosa che interessa l’aggressore sono i nostri averi che, per quanto possano valere, non saranno mai preziosi quanto la nostra incolumità fisica o la nostra stessa vita. Per quello che riguarda invece le percosse e la violenza sessuale il discorso è diverso. Sapersi difendere da un aggressore che sta cercando di colpirci con schiaffi, pugni o calci è molto importante perchè l’intenzione di fare del male, quindi di procurare alla vittima un danno fisico, è evidente, e astenersi dal reagire non serve di certo a fermare l’aggressione. Inoltre, in molti casi l’attacco violento per colpire la vittima è il preludio allo stupro, cioè la donna viene malmenata per infliggerle dolore e paura e per cancellare in lei ogni tipo di reazione sia fisica che emotiva: le percosse servono all’aggressore per chiarire che lui è il più forte e che la donna non può opporsi alla sua decisione di infliggerle violenza sessuale. Proprio la difesa da uno stupro deve essere il principale obiettivo di ciò che si imparerà al corso perchè nessuna donna MAI dovrebbe subirlo senza combattere con tutte le sue forze. Ho conosciuto in passato alcune ragazze che erano state picchiate, e raccontandomi della loro bruttissima esperienza, mi hanno detto che le botte fanno molto male fuori, ma i lividi che lasciano guariscono in fretta e il loro ricordo si dissolve con il passare del tempo, ma ho conosciuto anche qualche ragazza che purtroppo è stata violentata e che mi ha detto che la violenza sessuale è un gesto che segna una donna per tutta la vita in maniera indelebile, che la ferisce nel profondo dell’anima, e niente dopo quel giorno sarà mai più come prima. Dopo uno stupro la vita cambia, cambia il rapporto con se stessa e quello con gli altri, e il ricordo di ciò che è successo resterà impresso come un marchio a fuoco per sempre. Qui sì che è necessario combattere, combattere l’aggressore con tutte le tecniche e tutte le proprie forze, e sconfiggerlo, per non dover combattere contro se stesse per tutta la vita!

Non sprecate il vostro tempo


Talvolta mi è capitato di sentir dire da una donna una frase che mi addolora molto: “ho frequentato un corso di Autodifesa Femminile e, nonostante abbia partecipato a tutte le lezioni con il massimo impegno, ritengo non mi sia servito assolutamente a niente”. Se la ragazza ha veramente affrontato il corso con attenzione, concentrazione e impegno, può essere che qualcosa non abbia funzionato nella struttura delle lezioni, o che il tipo di programma insegnato non fosse quello più giusto, o che il Maestro non fosse all’altezza? Sì, purtroppo tutto questo è possibile e succede molto più spesso di quanto non si creda! Ho conosciuto personalmente molti Maestri e molti campioni di sport di combattimento che non erano assolutamente in grado di affrontare l’insegnamento in un corso del genere, perchè insegnare a combattere e insegnare a difendersi non sono la stessa cosa: la tecnica è diversa, gli obiettivi sono diversi, le condizioni sono diverse, la psicologia è diversa. E’ necessario conoscere a fondo le modalità di un’aggressione di un uomo nei confronti di una donna e il rapporto/scontro psicologico che si crea in quel momento, che nulla ha a che vedere con ciò che succede solitamente all’interno di un ring o su un quadrato di gara. Spesso si sente dire che “nessuna donna è in grado di combattere contro un uomo” ma è qui che sta la differenza: una donna non deve combattere contro il suo aggressore ma deve soltanto cercare di sfruttare l’effetto sorpresa di una reazione violenta inattesa per riuscire a colpire con la massima violenza possibile, in modo da crearsi una possibilità di fuggire. Le tecniche per fare questo devono essere semplici, efficaci e allenate alla nausea perchè diventino istintive: a volte un’allieva dice di non ricordare la tecnica, ma una volta davanti ai colpitori o all’Istruttore che indossa le protezioni, quella tecnica viene fuori da sola. Non è possibile che un corso di Autodifesa Femminile serio, professionale, che affronti le tattiche di prevenzione, i temi psicologici del confronto e la difesa fisica, non serva a nulla, ma se tutto si basa sull’imparare due calci e tre pugni, questa possibilità purtroppo esiste. Non fidatevi del primo corso sotto casa, contattate l’Istruttore e chiedetegli informazioni, cercando di capire il suo programma e la sua esperienza. Non sprecate il vostro tempo!

Stage su Jeet Kune Do e Kali


Sabato 4 e domenica 5 marzo si svolgerà a Bologna uno stage di Jeet Kune Do e Kali diretto dal Maestro Attilio Acquistapace, autentica autorità internazionale in materia. Il programma del sabato sarà strutturato per lavorare sul principio dei cinque metodi di attacco del J.K.D. mentre quello della domenica esaminerà le sumbrade del Kali-Escrima. I cinque metodi di attacco costituiscono la vera e propria ossatura del Jeet Kune Do di Bruce Lee e riassumono il suo principio fondamentale, cioè colpire, colpire, colpire. S.D.A. (Single Direct Attack) per scaricare la massima potenza in un attacco con colpo singolo e A.B.C. (Attack By Combination) per sviluppare il lavoro sulle sequenze di colpi, si abbinano al A.B.D. (Attack By Drawing) nel quale si cerca di invitare l’avversario a partire per primo per andarlo ad anticipare nella sua azione e al P.I.A. (Progressive Indirect Attack) nel quale si finge di indirizzare l’attacco contro un falso bersaglio, prima di trarre in inganno l’avversario andando a colpire con forza e precisione un obiettivo diverso. L’H.I.A. (Hand Imobilization Attack) riprende alcune tecniche di base del Kung Fu che Bruce Lee aveva praticato ad inizio carriera, veramente devastanti alla corta distanza. La domenica sarà dedicata al Kali-Escrima, in modo particolare ai vari tipi di “sumbrada” cioè esercizi specifici eseguibili sia con bastone che con coltello che rispettano il principio del “un colpo ciascuno” e che sono fantastici per migliorare la fluidità di azione durante il combattimento e la giusta scelta di tempo per bloccare gli attacchi prima di essere colpiti. I vantaggi che si riportano poi nella difesa personale a mani nude sono indescrivibili. Può sembrare un programma per specialisti, ma in realtà non è così perchè la struttura di uno stage è progressiva, cioè viene mostrata la tecnica in tre o quattro versioni diverse e di difficoltà crescente: chi è esperto può provarle tutte, magari alternandole tra loro, mentre chi è all’inizio lavorerà solo su quelle più semplici per capirne e memorizzarne i princìpi. Sono sicuro che questo lavoro può interessare e appassionare ogni praticante marziale.

Confrontarsi per crescere


Gli stage di Arti Marziali sono generalmente organizzati per potersi ritrovare tra praticanti e amici e svolgere un pò di lavoro su argomenti che ci interessano e ci appassionano. Solitamente sono diretti da Maestri di altissimo livello, quasi sempre professionisti che ci permettono di farci un’idea abbastanza chiara del loro modo di insegnare le tecniche, di dirigere la lezione, di rapportarsi con gli allievi, oltre che della loro personale abilità. In questi piacevoli momenti di ritrovo bisogna però avere ben chiaro l’obiettivo di uno stage, cioè fornire una panoramica più o meno dettagliata su un sistema di combattimento o su qualche particolare problematica legata alla Difesa Personale, e non per imparare la perfetta esecuzione di una singola tecnica, perchè per quello bisogna lavorare in palestra. E’ un pò come quando in un ristorante etnico vi servono una cena a base di assaggi tipici che non devono servire a sfamarvi ma a farvi apprezzare i sapori caratteristici della cucina. Ognuno poi potrà inserirli nelle proprie abitudini alimentari cucinandoseli a casa oppure tornando in quel ristorante, e se non sono piaciuti si saranno solo persi i soldi di una cena. Spesso chi pratica Arti Marziali si limita a muoversi dentro il suo orticello senza curarsi di ciò che accade in quello vicino, e spesso chi pratica da molti anni ritiene di avere già le sue verità in tasca, tutte le risposte alle sue domande, e di non aver bisogno di nient’altro. Ritengo che questo sia un limite dal quale dovremmo uscire al più presto, per noi stessi. Sinceramente mi spiace quando vedo che a uno stage non c’è nessun partecipante esterno perchè non c’è la possibilità di confrontare le proprie conoscenze con chi viene da altre esperienze e che magari ha già visto e provato le stesse tecniche in modo diverso. A volte anche la paura di entrare in un gruppo nuovo, del quale non si conosce l’abilità e la bravura, possono scoraggiare dall’iscriversi, ma lo spirito di uno stage non dev’essere la competizione tra chi vi partecipa ma la capacità di riuscire a crescere tutti insieme. Noi appassionati di Arti Marziali compiamo un percorso simile, con stili e metodi diversi. Credo che compiere questo percorso insieme potrebbe essere però molto più interessante.

Sifu Acquistapace a Bologna


Per quali motivi può essere interessante partecipare ad uno stage di Arti Marziali? Innanzitutto è bene chiarire che mi sto rivolgendo ad appassionati e praticanti di tutti gli sport di combattimento e di tutte le discipline più o meno tradizionali che il week-end del 4 e 5 marzo avranno un’occasione molto ghiotta per conoscere da vicino il Jeet Kune Do e il Kali-Escrima dal Maestro (sifu) Attilio Acquistapace, indiscusso pioniere in Italia e uno dei maggiori promotori europei delle Arti Marziali del sud est asiatico. Fondatore e Presidente dell’AKEA, ha avuto occasione di lavorare con i più importanti Maestri di Jeet Kune Do e Kali-Escrima, da Bob Breen a Tony Somera, da Cass Magda a Steve Tarani fino a Dan Inosanto, sarà a Bologna per due giorni di stage nel quale saranno affrontati diversi argomenti che spazieranno dal combattimento a mani nude alle tecniche di maneggio di bastone e coltello, alla Difesa Personale contro avversari armati. Partecipare può essere veramente un’esperienza unica per chi non pratica questo tipo di discipline, perchè è possibile riuscire a farsi un’idea abbastanza precisa di cosa sia in realtà un combattente esperto di coltello o di bastone e cosa significhi doverlo affrontare a mani nude: ogni tecnica viene mostrata nei dettagli e spiegata passo per passo prima di lasciare i partecipanti liberi di verificarne l’efficacia tra loro (oppure con sifu Acquistapace). La cosa più importante in uno stage è divertirsi, lavorare in serenità con persone che non vogliono dimostrare niente ma che sono semplici appassionati dello straordinario mondo delle Arti Marziali orientali: se poi dallo stage si riescono ad apprendere anche solo due o tre principi da integrare con ciò che si pratica abitualmente, o si riescono a vedere le cose che già si conoscono da una prospettiva diversa, allora non avremo lavorato invano. Chiunque decida di unirsi a noi in questi giorni (o anche in uno solo), sarà gradito ospite e sarà trattato come un amico, educatamente e con rispetto qualunque sia la disciplina che pratica e indipendentemente dal grado che porta. Questa è la filosofia dell’AKEA!

Autodifesa in poche lezioni


Quando si inizia a praticare un’Arte Marziale si sa perfettamente che bisognerà dedicarle almeno due o tre sere ogni settimana e che il programma ha una sua progressione didattica e fisica che ci porterà a raggiungere l’abilità che desideriamo soltanto dopo alcuni anni. I corsi di Autodifesa nascono invece con l’obiettivo di condensare i principi di base e le tecniche più semplici in un numero limitato di lezioni sufficienti per imparare a difendersi. Molti pensano che un corso di Autodifesa non serva a nulla, paragonato a un corso di Arti Marziali, ma è come pensare a uno di quei pranzi con primi, secondi, contorni, dolci, vini, comodamente seduti in un bel ristorante e paragonarlo ad un panino e una bibita seduti al tavolino di un bar: c’è di sicuro una bella differenza, però se avete molta fame ma poco tempo, il panino e la bibita rappresenteranno probabilmente l’unica scelta che potrete fare. Un esempio lampante è quello dei corsi di Difesa Personale femminile, dove le tecniche di combattimento non serviranno mai a chi vuole vincere incontri su un ring, ma deve invece assolutamente funzionare per riuscire a piazzare quel colpo o due che possono disorientare momentaneamente un aggressore, e creare la possibilità di fuggire incolumi lontano da lui. Inoltre, viene data molta importanza all’aspetto psicologico e comportamentale, che può essere fondamentale per prevenire un’aggressione ancora prima che si verifichi, mentre in moltissime Arti Marziali questo aspetto non viene curato affatto, magari perchè l’Autodifesa non rappresenta l’obiettivo principale di quella specifica Arte Marziale indirizzata più verso il miglioramento di se stessi oppure, più semplicemente, verso il solo confronto sportivo. Mi piace ricordare che durante i miei anni di insegnamento, ho conosciuto molte donne che, dopo aver partecipato a un corso di Autodifesa, hanno intrapreso la pratica delle Arti Marziali continuando ad allenarsi regolarmente per anni, mentre ho avuto tanti allievi già esperti che si sono avvicinati al settore dell’Autodifesa per uscire dagli schemi consolidati da anni di allenamento e affrontare problematiche nuove e ancora a loro sconosciute. Partecipare ad uno di questi corsi può anche essere un modo per entrare in punta di piedi nel mondo delle Arti Marziali e scoprire quanto possono migliorare la vita di una persona!

Non accettate di essere vittime


In passato, per un periodo di quattro o cinque anni, mi dedicai principalmente allo studio dell’Autodifesa e all’organizzazione di corsi riservati solo ed esclusivamente alle donne. Era un brutto momento per Bologna, dove i fatti di cronaca nera erano sempre all’ordine del giorno e uno sconosciuto soprannominato dai quotidiani “il bruto del Fossolo” andava regolarmente in giro la sera tardi ad aggredire, malmenare e violentare giovani donne sole. Tra parentesi, non mi risulta che a tutt’oggi, oltre dieci anni dopo, questo tizio sia mai stato arrestato quindi, anche se non se ne sa più nulla, è ancora libero di tornare in azione. A quei corsi partecipò un numero di donne incredibile, di ogni età e di ogni ceto sociale, casalinghe, impiegate, studentesse, libere professioniste, tutte ugualmente attente a carpire gli insegnamenti e tutte sempre concentrate al massimo quando si eseguivano le tecniche. Partecipavano in massa perchè c’era la presa di coscienza da parte delle donne che se, per sfortuna, ci si fosse trovate prese di mira, nessuno sarebbe accorso in aiuto perchè di sicuro nessun’altro sarebbe stato lì in quel momento. Bisognava agire da sole, lei contro lui! Se ci pensate bene, sono passati diversi anni ma le cose non sono poi tanto cambiate. Il problema delle aggressioni fisiche violente da parte di ex mariti ed ex fidanzati che non si rassegnano alla fine di una relazione è sui telegiornali quasi tutti i giorni, mentre quello delle aggressioni da parte di sconosciuti a scopo di stupro è solo meno pubblicizzato per non incoraggiare episodi di emulazione ma credetemi, è un cancro che purtroppo è diffuso. Dopo anni di insegnamento, due cose mi rendono comunque particolarmente fiero: tutte le donne che hanno partecipato ai miei corsi hanno ammesso di pensare e di comportarsi in modo diverso da prima, con più attenzione alle situazioni pericolose e alle persone dubbie. Alcune precauzioni di carattere generale sono diventate parte integrante della loro vita quotidiana, pur senza condizionarla o stravolgerla, ma senz’altro migliorandola molto. La seconda che, grazie a questo nuovo atteggiamento e alle tecniche apprese ed allenate durante il corso, le due ragazze che hanno dovuto utilizzare nella realtà ciò che avevano da me imparato se la sono cavata bene, riuscendo a uscire dalla situazione limitando i danni a qualche piccolo livido. Loro non hanno accettato di essere vittime! Non fatelo voi!

L'autodifesa femminile


Spesso si sente parlare di corsi di Autodifesa (o Antiaggressione) femminile organizzati in genere da Istruttori di Arti Marziali più o meno qualificati e più o meno preparati, ai quali la maggior parte delle donne che vi partecipa lo fa esclusivamente per curiosità. Nella realtà, le donne che si avvicinano a tali corsi hanno solo una vaga idea di ciò che si andrà a fare, idea spesso formatasi attraverso la visione di qualche film o telefilm dove la vittima di turno riesce a malmenare il proprio aggressore dopo poche, semplici, lezioni. E’ meglio che sia ben chiaro che nel mondo reale non funziona affatto così, perchè una donna che affronta fisicamente un uomo parte sempre svantaggiata, la forza fisica, il peso e le dimensioni sono sempre a suo sfavore e l’impatto psicologico del momento è terribile. Per questi motivi molte persone credono che partecipare a un corso di Autodifesa non sia utile, tanto una donna non sarà mai in grado di sconfiggere un uomo in combattimento. Un corso serio e professionale non si limita all’insegnamento di calci e pugni, ma deve affrontare una serie di tematiche psicologiche e di strategie comportamentali che devono far sì che ogni donna sappia come prevenire un’aggressione prima, molto prima che questa abbia luogo: sapere come muoversi in luoghi inquietanti e statisticamente pericolosi come parcheggi sotterranei, parchi pubblici, strade con illuminazione scarsa o magari inesistente, potrebbe togliere la possibilità di agire ad un potenziale aggressore nascosto dietro un’auto o un cespuglio, e che sta aspettando proprio voi, la sua vittima inconsapevole ed indifesa. Prendere coscienza di ciò che accade durante un’aggressione a scopo di violenza sessuale esaminandola in ogni suo momento, significa imparare quando e come è possibile reagire con la necessaria efficacia per riuscire a liberarsi dall’aggressore e fuggire lontano da lui. La maggior parte delle aggressioni a scopo di stupro fallisce quando la vittima reagisce in maniera decisa e violenta, e un’altissima percentuale si sarebbe potuta evitare prestando maggiore attenzione ai comportamenti e a ciò che succedeva nell’ambiente circostante. Essere in grado di difendere la propria incolumità è, al giorno d’oggi, una necessità e un diritto di ogni donna! Non rinunciate a questo diritto! Non accettate di essere vittime!

L'arma della ragione


Alcuni anni or sono, una amica si rivolse a me chiedendomi un consiglio riguardo un suo problema che le stava rendendo la vita molto complicata. Si trattava di un suo ex fidanzato che, dal giorno in cui lei decise di interrompere la loro relazione, anzichè rassegnarsi a cercarsi un’altra, cominciò ad infastidirla in maniera asfissiante con la sua costante presenza, telefonate, suonate al campanello di casa, sempre senza trascendere mai in qualcosa di illegale, ma facendo sprofondare questa ragazza nel tunnel della consapevolezza che, un giorno, le sarebbe potuto capitare qualcosa di brutto. Mentre mi raccontava cosa le stava accadendo, aprì la borsetta, tirò fuori un coltello e, mostrandomelo, mi disse che era arrivata a questo punto per sentirsi più sicura. Dal canto mio le feci immediatamente notare che in Italia è assolutamente proibito il porto di coltello (tranne i casi nei quali è giustificato dalle circostanze, come la caccia, la pesca, l’attività subacquea ecc.) e che nel caso di un banale controllo di documenti da parte delle Forze dell’Ordine, se scoperta, sarebbe andata incontro a una serie di guai infinita. Come seconda cosa poi le spiegai che difficilmente il coltello nella borsetta sarebbe stato utile, proprio perchè era nella borsetta: in caso di aggressione gli eventi si succedono con una rapidità tale che non è possibile utilizzare niente che non sia subito a portata di mano. Successivamente le domandai: prendiamo in considerazione che un giorno il tuo ex decida di passare all’azione aggredendoti, e immaginiamo che tu riesca ad aprire la borsa e impugnare il coltello, ti senti capace di usarlo fino alle estreme conseguenze? Intendo dire, pensi di avere in te sufficiente rabbia da infliggergli delle coltellate? Saresti davvero capace di ferirlo gravemente, o ucciderlo, trovandoti poi ad affrontare le successive conseguenze morali, psicologiche e legali che una tale azione comporta? In seguito non mi raccontò mai come finì e io non pensai certo di chiederglielo, ma ciò che mi disse fu che, dopo aver parlato con me, tolse per sempre il coltello dalla sua borsa, perchè capì che non serve andare in giro con un’arma se sai di non essere pronto ad usarla.

Dedicato alle donne


In quest’ultimo redazionale del 2005 vorrei rivolgermi a tutte le gentili lettrici del Dove. Stiamo aspettando di vedere cosa porterà il 2006 nella nostra vita, ma possiamo valutare nel frattempo cosa ci ha regalato l’anno che sta finendo: le solite noiose baruffe politiche, i problemi dell’economia, il terrorismo, le questioni ambientali, la tv spazzatura, eccetera. Ma esiste un altro dato statistico preoccupante e odioso che anche nel 2005, così come nel 2004, nel 2003 e in tutti gli anni precedenti si è mantenuto stabile, cioè quello relativo alla violenza fisica e sessuale sulle donne, da parte di sconosciuti o di persone di famiglia. Se ripensiamo a quante volte abbiamo sentito notizia di donne aggredite e violentate per strada, o uccise dall’ex marito o dall’ex fidanzato in preda a una crisi di gelosia o di rabbia ci rendiamo conto che siamo di fronte ad un vero e proprio cancro della società moderna, società che a parer mio non sta facendo a sufficienza per debellare questo male gravissimo. I numerosi casi nei quali stupratori e assassini sono stati rimessi in libertà dopo qualche anno di carcere sono davanti agli occhi di tutti, così come tutti conoscono la risposta delle Forze dell’Ordine a una donna che si presenta denunciando di essere la vittima di minacce. Visto che la società e le istituzioni non combattono questo fenomeno come dovrebbero, chi deve farlo se non VOI DONNE, le vittime predestinate di queste terribili situazioni? Quante di voi hanno mai pensato di partecipare ad un corso di autodifesa per capire come nasce un’aggressione, come si sviluppa, come prevenirla o combatterla, cosa fare dopo? Quante di voi hanno mai pensato di imparare ad utilizzare le temibili armi che avete a disposizione e che vi permettono di difendervi con successo nella maggior parte dei casi? Quante di voi hanno mai pensato che una donna aggredita è sola e nessuno l’aiuterà? Quante di voi hanno mai pensato che queste conoscenze potrebbero salvarvi la vita? Quante di voi hanno mai pensato COSA POTREI FARE SE SUCCEDESSE A ME? Mi piacerebbe che vi poneste queste domande, e che ai buoni propositi per il nuovo anno aggiungeste anche quello di dedicare un poco del vostro tempo per imparare a difendervi. Non accettate MAI di essere vittime! Non rassegnatevi MAI ad essere vittime!

Chi deve proteggere "chi"


Un uomo violenta una ragazza, viene arrestato, sconta in carcere una pena ridicola per il grave reato commesso, torna in libertà, minaccia la sua vittima per dieci anni e la uccide: non è la trama di un film di serie B ma ciò che è successo a Biella il 22 novembre 2005. Le interviste ai familiari e ai conoscenti della povera ragazza non lasciano spazio a dubbi su come si siano svolti i fatti e su come tutti fossero a conoscenza di questa situazione: le minacce erano reali e gravissime, spesso anche di morte, ripetute costantemente nel tempo e l’opinione generale è che le istituzioni non hanno fatto niente di niente per proteggerla. La rabbia dei parenti era evidente nei servizi trasmessi dai telegiornali sul fatto che le Forze dell’Ordine non abbiano preso mai alcun provvedimento al riguardo, ma purtroppo è normale, anche se non dovrebbe esserlo: si sa che una persona vittima di minacce che si presenta a sporgere denuncia si sente rispondere “noi non possiamo farci niente finchè…”. Da cittadino italiano non riesco ad accettare questo, perchè se le leggi fatte dagli uomini per gli uomini sono inadeguate, gli uomini stessi possono provvedere a migliorarle. Se le istituzioni non ci proteggono, la ragazza e la sua famiglia non potevano fare nulla? Forse potevano cercare di lasciarla sola il meno possibile, o forse potevano prendere in considerazione la possibilità di trasferirsi in un’altra città sperando che lo psicopatico non li seguisse, ma anche questo poteva non essere sufficiente ad evitare il tragico epilogo. Questo, ovviamente, volendo restare nella legalità, quindi tralasciando soluzioni drastiche come aspettarlo sotto casa e investirlo con l’automobile, cosa che in molti paesi del mondo dove le persone hanno meno scrupoli di noi avrebbero fatto senza aspettare dieci anni! Purtroppo è qui che nasce il problema: rispettando le leggi, un cittadino non ha nessun modo di proteggere la sua famiglia da chi le leggi non le rispetta, e la Difesa Personale preventiva non è contemplata dal nostro ordinamento giuridico: spetta quindi a coloro che gestiscono l’apparato della giustizia farlo, dall’ultimo agente al primo giudice, non a noi ! L’unica cosa che possiamo fare è sperare che non si sottovaluti mai più il grido d’aiuto di un cittadino, perchè già troppe famiglie hanno pagato un prezzo troppo alto per questo.

Strategie di difesa contro le armi


Spesso, le persone che si trovano sotto la minaccia di un’arma reagiscono istintivamente, come risposta inconscia ad un tentativo di sopraffazione da parte di un altro essere umano che vuole imporre la propria volontà, utilizzando l’arma come garanzia di successo. Questa è la cosa più sbagliata da farsi, specialmente quando chi reagisce non è per nulla a conoscenza delle principali strategie di difesa da tenere in situazioni di questo tipo. Colui che ci sta di fronte ci sta solo minacciando? Vuole qualcosa da noi? Cosa? Soldi, orologio, telefono cellulare? Questi oggetti valgono la nostra incolumità fisica? Valgono la nostra vita? E’ meglio reagire con violenza o accontentare le sue richieste? E se la minaccia serve a bloccarci mentre qualcun altro fa del male alla nostra fidanzata? In questo caso vale la pena reagire? Se decidiamo di farlo, conosciamo il modo giusto? Se passiamo all’azione abbiamo probabilità di successo o siamo candidati al suicidio? Le risposte a queste domande devono essere ben chiare nella nostra mente molto prima di trovarsi di fronte alla situazione in essere, perchè, a quel punto, non saremo più in grado di pensare e ragionare con la normale lucidità, e potremmo prendere la decisione sbagliata. Oltre a questo bisogna valutare il tipo di arma, coltello, cutter, pistola, bastone, bottiglia, e le condizioni psicologiche dell’aggressore, se è nervoso, arrabbiato, lucido, tranquillo. L’ambiente nel quale ci troviamo consente qualche via di fuga o siamo intrappolati, c’è la possibilità di chiedere aiuto a qualcuno o dovremo per forza di cose cavarcela da soli? Tutto questo deve essere attentamente preparato in fase di allenamento, esattamente come i pugni, i calci e le parate, ma non una volta ogni tanto: la valutazione della situazione, del luogo e dell’aggressore, andranno ad influire in maniera decisiva sulla nostra reazione e deve essere una valutazione rapidissima, quasi istintiva e sicuramente deve essere corretta. Una valutazione sbagliata potrebbe costarci gravissime ferite e forse anche la vita! Come ultima cosa, non meno importante, non bisogna fidarsi troppo della propria abilità: la strada non è la palestra nella quale ci si allena tra amici e dove tutto riesce sempre bene! Un aggressore armato non è li per farci allenare, e un solo errore sarà più che sufficiente!

Sapersi adattare all'arma


Quando si parla di difesa da coltello, si usa un modo di dire molto generico e sbagliato. Per essere più precisi, nella maggior parte delle Arti Marziali praticate in occidente se si dice difesa da coltello si intende proprio e solamente questo, creando un pericoloso limite alle nostre conoscenze, alla capacità e alla abilità di affrontare un aggressore armato. Infatti, di solito si studiano alcune tecniche di difesa relative ai tipi di attacco più banali e che difficilmente comprendono possibili varianti applicabili all’ultimo momento. Nel nostro sistema invece, ogni tecnica difensiva è modificabile in vari modi durante la sua esecuzione e tutte le varianti vengono studiate e allenate con la stessa accuratezza. Questo perchè i coltelli sono di tipologie molto diverse tra loro come costruzione e come dimensioni, come tipo di lama e come impugnatura: il coltello che ci troviamo di fronte è un lama fissa lungo e sottile o con lama larga e piatta, ha un filo solo o è a doppio filo tipo pugnale, è un serramanico normale oppure un Balisong, il coltello a farfalla? Ogni versione di coltello possiede caratteristiche che noi possiamo sfruttare per portare la situazione a nostro vantaggio e caratteristiche che possono invece crearci grossi problemi. Bisogna poi tener presente che non è detto affatto che ci si trovi per ad affrontare la lama di un coltello, visto che possono essere utilizzati con la stessa pericolositè oggetti come i cutter, siringhe, cacciaviti, punteruoli, che spesso vengono preferiti al coltello per evitare guai nel caso di controlli delle Forze dell’Ordine, perchè non sono considerate armi. Il fatto che siano trattati come comuni oggetti da lavoro può anche mettere al riparo chi ne viene trovato in possesso dalla denuncia di porto abusivo di arma da taglio e questo, per molti loschi individui, può significare la differenza tra l’arresto e la libertà di circolare. Pensate solo che la maggior parte delle rapine in banca viene effettuata con il cutter… E’ chiaro quindi che noi non possiamo applicare solo una serie di difese generiche senza prendere in considerazione cosa sta impugnando il nostro aggressore in quel momento, ma la nostra vera forza sta nel saperci adattare e comportare di conseguenza: sono situazioni sempre molto pericolose e non possiamo permetterci mai di venire colti di sorpresa!.

La difesa da coltello


Nella pratica delle Arti Marziali di Difesa Personale, la difesa da coltello assume un ruolo assolutamente di primo piano, perchè può capitare facilmente di trovarsi di fronte ad un aggressore armato, perchè è la difesa più difficile, perchè un errore ci può costare la vita. Se andiamo a valutare più attentamente questi tre motivi, chiunque si potrà rendere conto che il coltello è in assoluto l’arma più utilizzata dalla microcriminalità, quindi la categoria di delinquenti più pericolosa per il comune cittadino, formata dai piccoli rapinatori, dagli stupratori, ladri d’appartamento, persone senza scrupoli che non hanno niente da perdere. I perchè di questa scelta sono facili da capire: è un arma che si acquista in qualsiasi tipo di ferramenta o centro commerciale, costa poco, non fa nessun rumore ed è micidiale. Inoltre, difendersi a mani nude da un aggressore armato di coltello è una delle cose più difficili che può capitare e che molti praticanti di Arti Marziali non sono in grado di fare. Nell’ambiente delle Arti Marziali, si teme maggiormente la pistola, senza pensare (o senza sapere) che se la pistola viene tenuta puntata a distanza ravvicinata si possono utilizzare le stesse difese del coltello, mentre se viene tenuta puntata da due metri di distanza non c’è nessuna difesa possibile: il coltello invece è ugualmente pericoloso a qualunque distanza. Se noi riusciamo ad afferrare il braccio armato di pistola e la manteniamo puntata fuori dal nostro corpo, la sua pericolosità in caso di sparo sarà neutralizzata, ma se facciamo lo stesso con un braccio armato di coltello, può bastare la sua rotazione del polso o il cambio di impugnatura per arrivare a tagliarci le mani o le braccia provocandoci ferite gravissime. Un celebre detto recitava “la miglior difesa è la fuga” e niente è più saggio quando ci si trova un coltello puntato contro: purtroppo a volte non c’è nessuna via di fuga da poter sfruttare o non siamo nelle condizioni di poterci tirare indietro, magari perchè oltre a noi viene messa in pericolo anche qualche altra persona a noi cara. Se vi trovate a combattere a mani nude contro un aggressore armato di coltello, dovete mettere in preventivo la possibilità di morire, ma se siete esperti di difesa da coltello forse, e dico forse, pur procurandovi di sicuro qualche taglio, riuscirete a portare a casa la vita.

Jeet Kune Do e Kali Escrima


Nell’ambito delle Arti Marziali esistono numerosi gruppi che praticano il Jeet Kune Do di Bruce Lee abbinato a Kali-Arnis-Escrima, Arti Marziali delle isole Filippine, e tra queste la prima in Italia fu l’AKEA, associazione della quale il Combat Center Bologna fa parte da alcuni anni. Moltissimi praticanti di Arti Marziali non riescono però a capire perchè questi due sistemi di combattimento e Difesa Personale siano così strettamente collegati tra loro, arrivando in molti casi ad essere insegnati e allenati insieme durante le lezioni di uno stesso corso. La spiegazione storica è in realtà molto semplice e risale ad un giorno del 1964 quando a Long Beach, durante l’International Karate Championship venne invitato per un’esibizione uno sconosciuto ragazzo cinese di nome Bruce Lee, che stupì i presenti con la sua abilità. Il Maestro Dan Inosanto, filippino di origine ma nato e cresciuto nella comunità filippina di Stockton, California, era presente alla manifestazione e rimase talmente impressionato dalle capacità di questo giovane combattente da decidere di diventare suo allievo. Il Maestro Inosanto però, all’epoca, era già un grande esperto delle Arti Marziali filippine e lavorando con Bruce Lee ebbe la possibilità di vedere il suo Jeet Kune Do nascere giorno dopo giorno, crescendo e sviluppando i suoi princìpi e le sue strategie, che spesso erano riconducibili al lavoro con le armi che praticava già da anni nel Kali-Arnis-Escrima. Dal canto suo Bruce Lee si trovò nella situazione di dover combattere a mani nude contro un avversario armato, e in questo l’abilità di sifu Dan era indiscutibile ed eccezionale. Bruce Lee era appassionato conoscitore di moltissimi metodi di combattimento ed infatti nel suo Jeet Kune Do si possono trovare anche princìpi tuttora utilizzati nelle competizioni di scherma, princìpi che a suo tempo influenzarono anche i Maestri filippini di Kali. Nel 1973 la morte prematura e improvvisa di Bruce Lee interruppe il suo lavoro ma sifu Dan Inosanto continuò la ricerca percorrendo la sua via, sviluppando fino ad oggi, giorno per giorno i concetti e le conoscenze assimilate in questi nove anni di importanza storica. Oggi, sifu Dan Inosanto è il Maestro diretto di sifu Roberto Bonomelli che, insieme a sifu Attilio Acquistapace è uno dei miei Maestri in AKEA. Come vedete, la storia continua!

L'allenamento con i bastoni


L’allenamento con i tipici bastoni di rattan (bambù) è la caratteristica più evidente delle arti filippine denominate Kali, Arnis o Escrima, che le differenzia da ogni altro sistema. Il bastone è utilizzato come arma vera e propria sia in fase di attacco, portando colpi di punta (stoccate), colpi frustati (witik), colpi passanti (lobtik), colpi a ripetizione (abanico), ma anche in fase difensiva per parare gli attacchi, colpire d’anticipo, disarmare. La cosa che più stupisce chiunque si avvicini al Kali dopo aver praticato altri stili di Arti Marziali è l’incredibile miglioramento che si ottiene sulla coordinazione motoria e sulla velocità di esecuzione della singola tecnica, soprattutto con il lavoro con i doppi bastoni. Il lavoro di base comincia con sequenze prestabilite da eseguire in coppia, uno di fronte all’altro, durante le quali i bastoni devono incrociarsi con quelli del compagno: questo ci permette di capire le corrette traiettorie e le angolazioni dei colpi, e ad abituare gli occhi a valutare la distanza giusta da tenere quando si affronta un avversario armato di bastone. Questi esercizi, che aumenteranno di difficoltà in base al miglioramento dell’abilità dell’allievo, sono studiati per scomporre il movimento prima tra lato destro e lato sinistro, poi tra braccia e gambe, permettendo al praticante di Kali una capacità di movimento e una fluidità d’azione che non ha riscontro in nessun metodo di combattimento o Arte Marziale. E’ un lavoro complicato, che all’inizio può facilmente mettere in crisi anche un praticante esperto che non abbia dimestichezza con le armi, ma una volta entrati nella giusta ottica si capirà il significato dei movimenti, le loro applicazioni, i vantaggi che ne deriveranno. Quando si affronterà la difesa personale a mani nude contro le armi, si avrà già il perfetto senso della distanza e la giusta scelta di tempo per schivare i colpi, e la velocità necessaria per entrare nella guardia dell’avversario per colpirlo, disarmarlo e neutralizzarlo. Inoltre, gli stessi principi del bastone sono applicabili su qualsiasi oggetto, dalla bottiglia alla catena, dalla mazza da baseball al giornale arrotolato, rendendo il praticante di Kali il più versatile ed efficace per affrontare con successo un’aggressione armata.

Le arti guerriere filippine


Kali, Arnis, Escrima, tre modi diversi per definire le arti guerriere delle isole Filippine. Questa distinzione di terminologia ha origine antiche, ma abbastanza chiare ad un esperto di queste discipline: Kali è il nome antico del metodo di combattimento filippino, ed era praticato nel centro e nel sud dell’arcipelago molto prima dell’invasione degli spagnoli. Esso privilegia l’utilizzo di armi da taglio tipiche, come il bolo, il barong o il kampilan, e possiede anche tecniche a mani nude molto raffinate, derivanti dall’ Indonesia e Malesia. Nel Paese d’origine però, specialmente nel nord, queste discipline sono più conosciute con il nome di Arnis, mentre nelle regioni centrali sono più note come Escrima, termini comunque facilmente comprensibili e chiaramente derivati dalla lingua spagnola. L’Arnis o l’Escrima preferiscono l’utilizzo del bastone, singolo e doppio, come arma fine a se stessa o addirittura sostitutiva dell’arma da taglio, mentre le tecniche a mani nude non sono affatto raffinate come nel Kali, ma derivano direttamente dall’uso delle armi. Questo cambiamento ebbe probabilmente origine nel 1764, quando il governatore Salazar proibì il pugnale e il bolo (machete), utilizzato a quel tempo come coltello da lavoro. Da allora l’ingegno dei ribelli filippini cominciò ad adattare le tecniche delle armi da taglio al bastone, singolo e doppio, e questo spiega il perchè di tante similitudini tra le due armi, sia in fase di allenamento al maneggio che in fase di studio delle tecniche difensive. Inoltre, lavorare sempre contro armi diverse per lunghezza, maneggevolezza, forma e peso abitua a difendersi su distanze diverse sfruttando stessi concetti e stessi princìpi. Il Maestro Dan Inosanto, allievo di Bruce Lee e uno dei più grandi esperti di questo tipo di discipline ha compiuto negli ultimi anni una opera di diffusione a livello mondiale che ci ha permesso di conoscere, praticare e apprezzare la loro straordinaria utilità. Non è casuale che tutti i più importanti Corpi Speciali Militari, di Polizia e i Gruppi di Intervento Antiterrorismo di quasi tutti i Paesi del mondo abbiano inserito il Kali nei loro programmi di addestramento. E’ questa la maggior garanzia di semplicità ed efficacia!

Molto più di un semplice attore


Quale importanza ha avuto Bruce Lee per il mondo delle Arti Marziali? Alcuni se la cavano dicendo che, tutto sommato era soltanto un attore di film d’azione, e dimenticano completamente (o forse sarebbe meglio dire “ignorano”) la sua straordinaria abilità tecnica abbinata ad una velocità di esecuzione dei movimenti impressionante. La sua conoscenza delle discipline di combattimento e delle Arti Marziali in genere, era praticamente unica e lo portò con la maturazione degli anni a creare il suo Jeet Kune Do. La sua opera viene sminuita oggi, perchè siamo tutti abituati a ciò che esiste mentre se ripensiamo alla vita di decine di anni fa, ci rendiamo conto degli enormi passi compiuti. Quando entriamo in casa, accendiamo la luce, la televisione, la lavatrice, facciamo con naturalezza gesti che non troppo tempo fa non erano possibili, e questo perchè il genio e la creatività di alcune persone ci ha messo a disposizione queste possibilità. Bruce Lee era sicuramente dotato di questa genialità e l’ha sfruttata nelle Arti Marziali, la sua principale passione: la sua carriera si svolge tra gli anni sessanta e il settantatre, anno della sua prematura scomparsa, in un periodo assolutamente pionieristico per le discipline orientali nel quale era addirittura mal visto e contrastato chi insegnava agli occidentali. Bruce Lee fu il primo ad integrare l’allenamento con i pesi al suo lavoro fisico abituale, mentre gli altri Maestri erano convinti che compromettessero la velocità e l’agilità. Seguiva costantemente un suo personale regime alimentare calcolando il fabbisogno di calorie necessario per la sua attività fisica, cosa che nelle Arti Marziali nessuno faceva. Fu anche il primo che fece indossare ai suoi allievi le protezioni che esistevano all’epoca come i paratibia da Hockey e i corpetti e i caschi del Football Americano per poter tirare i colpi alla distanza giusta e con una dose di forza più realistica del non contatto di prima. Ora, chi pensava che fosse solo un attore potrà pensare a lui anche quando imposterà una routine con i pesi, o bilancerà la propria alimentazione prima di un torneo, o indosserà le protezioni in palestra. No, decisamente Bruce Lee è stato molto più di un semplice attore!

Il potere della completezza


Quando praticavo Tae Kwon Do sapevo benissimo che in caso di scontro in strada con un pugile il fattore determinante avrebbe potuto essere lo spazio disponibile: in un ambiente ristretto i miei calci non avrebbero avuto alcuna possibilità di battere i suoi pugni. Il Jeet Kune Do cerca di rimediare a questo limite più o meno evidente in tutti i sistemi di combattimento esistenti, specializzati su pochi argomenti ma del tutto all’oscuro su altri. Una sera un ragazzo venne in palestra ad assistere a una delle mie lezioni e quando alla fine gli chiesi cosa pensava mi disse: mah, mi è sembrato un allenamento di Muay Thai. Gli risposi che, effettivamente per quella sera era stato programmato un lavoro di gomiti e ginocchia su pao e colpitori e che la sua impressione poteva essere effettivamente giusta. Gli dissi anche che se fosse tornato la sera seguente, dove avremmo utilizzato i pugni e i calci, gli sarebbe sembrata Kickboxing, la sera dopo con il trapping avrebbe visto una specie di Wing Chun, e la sera dopo ancora le leve articolari di una lezione di Aikido. La cosa che distingue il Jeet Kune Do dagli altri sistemi è proprio il suo concetto di base, cioè conoscere, studiare e applicare tutto ciò che può esserci utile contro un avversario. Questo non significa essere in grado di fare a pugni con un pugile oppure a calci con un praticante di Tae Kwon Do, ma sapere usare quelle tecniche che possono metterli in seria difficoltà perchè loro non le conoscono e non sanno come affrontarle. Per contro, noi durante l’allenamento ci prepariamo anche sulle difese da pugni, calci, gomitate, ginocchiate, studiamo come accompagnare o contrastare le leve articolari e come difenderci da prese e bloccaggi al suolo: questo per evitare che nel momento decisivo si venga colpiti da una gomitata solo perchè non ci saremmo mai aspettati una gomitata! Questa completezza di conoscenze e di allenamento ci aiuta anche ad affrontare meglio le problematiche derivanti dall’ambiente che ci circonda, perchè combattere in un parcheggio o all’interno di un autobus non è la stessa cosa, ma per noi non deve cambiare niente. In più, detto tra noi, è incredibilmente divertente lavorare sempre su tecniche diverse!

Il Jeet Kune Do di Bruce Lee


Creato dal famosissimo attore cinese di film d’azione Bruce Lee, straordinario praticante di arti marziali ed esperto conoscitore di stili di combattimento orientali e occidentali, il Jeet Kune Do costituisce un sistema di Difesa Personale dove nulla viene lasciato al caso. Ogni situazione, ogni possibilità di attacco e di difesa, ogni tipologia di avversario possa capitare di dover affrontare in uno scontro reale, viene esaminata e valutata fin nei minimi dettagli nel corso degli allenamenti in palestra, per non farsi mai cogliere di sorpresa. Ogni tecnica applicabile ed efficace viene studiata e allenata con cura, dai calci ai pugni, dalle ginocchiate alle gomitate, dalle tecniche di trapping alle leve articolari, dalle varie tipologie di proiezioni al suolo alle immobilizzazioni. Questa completezza rende il praticante di Jeet Kune Do unico, in un panorama di Arti Marziali tradizionali che si stanno sempre più indirizzando verso il solo aspetto agonistico e sportivo, dove la medaglia o il trofeo costituiscono spesso l’unico obiettivo del lavoro svolto in palestra. Il Jeet Kune Do mantiene inalterato lo spirito originario, cioè prepararsi a uno scontro reale, in strada, senza regole nè arbitri, dove non conta vincere, ma solo sopravvivere! L’impiego di protezioni speciali per braccia, mani, tibie, ginocchia, e testa consente di portare la maggior parte dei colpi sul bersaglio reale alla giusta distanza senza correre il rischio di farsi male, mentre utilizzando gli appositi colpitori è possibile esercitarsi a tirare con la massima potenza disponibile sia le tecniche di braccia che quelle di gambe. Nella fase di combattimento prestabilito o libero, l’allievo può lavorare sugli schemi di difesa e contrattacco che costituiscono una parte essenziale della vera Difesa Personale. Il Jeet Kune Do non è vincolato ad un bagaglio tecnico tradizionale, pur conservando le tecniche principali che ne hanno caratterizzato la nascita, ma è una disciplina in continua evoluzione perchè anche l’uomo, le sue strategie e il suo modo di combattere, sono in continua evoluzione: Bruce Lee è morto ma il suo Jeet Kune Do continuerà a vivere.

Stage su trapping e Kali


Sabato 8 e domenica 9 ottobre si svolgerà a Bologna uno stage di Jeet Kune Do e Kali diretto dal Maestro Roberto Bonomelli, autentica autorità internazionale in materia. Il programma riguarderà il Trapping del J.K.D. il sabato e il Kali-Escrima la domenica. Il Trapping è una fase del combattimento abbastanza particolare che serve per liberarsi da un blocco o una parata che l’avversario ha eseguito su un nostro attacco: in AKEA siamo soliti dire che il Trapping è il prodotto del colpire perchè sui nostri colpi e la conseguente, possibile parata, ci troviamo nella condizione di applicare una tecnica di Trapping. Il principio è semplice, poichè si tratta solo di aprirci la strada per colpire ancora, e in maniera definitiva, poichè il nostro avversario non sarà più in grado di bloccarci di nuovo. Queste tecniche rappresentano la parte più tradizionale del Jeet Kune Do perchè Bruce Lee le praticava durante i suoi allenamenti di Wing Chun all’inizio della sua attività nelle Arti Marziali, e le ha mantenute anche successivamente integrandole nel nuovo programma. Questo è ciò che faremo anche noi, combinando il Trapping con le tecniche di calcio e di pugno, gomiti, ginocchia, pugni a catena, leve articolari, prese e proiezioni al suolo. La domenica sarà dedicata ad un aspetto del Kali-Escrima alquanto particolare e definito “il principio della sostituzione” e si potrà apprezzare come l’allenamento al maneggio del bastone sia simile a quello del coltello, lavorando su armi diverse con lo stesso sistema. In fase difensiva, specialmente a mani nude, affronteremo le principali problematiche che caratterizzano un bastone e un coltello, il lavoro sulle distanze, le tecniche di disarmo. Può sembrare un programma per specialisti, ma in realtà non è così perchè la struttura di uno stage è progressiva, cioè viene mostrata la tecnica in tre o quattro versioni diverse e di difficoltà crescente: chi è esperto può provarle tutte, magari alternandole tra loro, mentre chi è all’inizio lavorerà solo su quelle più semplici per capirne e memorizzarne i princìpi. Sono sicuro che questo lavoro può interessare e appassionare ogni praticante marziale.

Una giornata indimenticabile


Ricordo ancora quel freddo giorno a Milano come fosse ieri: 29 novembre 1998. Per me è stato l’inizio di una nuova avventura che mai avrei creduto di poter vivere. Ero venuto a conoscenza per puro caso di uno stage che si sarebbe svolto nel capoluogo lombardo, organizzato dall’AKEA, un’associazione a me totalmente sconosciuta. Era diretto da sifu Danny Inosanto e questo per me era sufficiente per ricominciare a muovermi dopo sei anni di inattività, dedicati all’insegnamento dell’Autodifesa Femminile. Sapevo bene chi era questo Maestro di origini filippine per averlo visto in un famoso film con Bruce Lee, nel quale davano vita ad uno splendido combattimento con i bastoni e con i nunchaku, i famosi bastoni collegati con la catena resi famosi dal cinema di Hong Kong. Sapevo anche che la sua Academy of Martial Arts di Los Angeles è meta di molti Maestri o semplici praticanti che vanno a carpire gli insegnamenti di uno dei più grandi di sempre. Entrai nella palestra in punta di piedi, in quello che per me era un mondo sconosciuto e pieno di gente sconosciuta ma cominciai presto a capire dove ero andato a finire: sifu Dan mostrava le tecniche con un’abilità, una precisione e una velocità impensabile per la sua non più giovane età e i Direttori Tecnici AKEA Acquistapace e Bonomelli traducevano in maniera perfetta tutte le sue spiegazioni mettendo in evidenza anche i più piccoli dettagli. Ogni Istruttore presente vicino a me era sempre disponibile e pronto a chiarirmi tutto ciò che non avevo compreso o che non riuscivo a fare, come se fossi stato uno dei suoi allievi. Si, avevo capito subito dov’ero finito… ero a casa, e con molti amici intorno a me! Da li in poi ho continuato regolarmente l’attività con l’AKEA fino a diventare Istruttore e oggi, oltre a dirigere il mio corso di Jeet Kune Do e Kali-Escrima organizzo due volte l’anno un week-end di stage con i miei Maestri Roberto Bonomelli e Attilio Acquistapace. Forse può apparire esagerato dire che uno stage mi ha cambiato la vita, ma sicuramente l’ha resa migliore rispetto a prima: ho imparato tanto, ho conosciuto tante persone, tra le quali anche qualche vero amico. Una domenica che sicuramente non dimenticherò!

Sifu Bonomelli a Bologna


Per quali motivi può essere interessante partecipare ad uno stage di Arti Marziali? Innanzitutto è bene chiarire che mi sto rivolgendo ad appassionati e praticanti di tutti gli sport di combattimento e di tutte le discipline più o meno tradizionali che il week-end del 8 e 9 ottobre avranno un’occasione molto ghiotta per conoscere da vicino il Jeet Kune Do e il Kali-Escrima dal Maestro (sifu) Roberto Bonomelli indiscusso pioniere in Italia e uno dei maggiori promotori europei delle Arti Marziali del sud est asiatico. Unico italiano diplomato Istruttore da sifu Dan Inosanto (che collaborò strettamente con Bruce Lee ai tempi della sua permanenza a Los Angeles nel periodo nel quale il Jeet Kune Do cominciò a prendere forma) sarà a Bologna per due giorni di stage nel quale saranno affrontati diversi argomenti che spazieranno dal combattimento a mani nude alle tecniche di maneggio di bastone e coltello, alla Difesa Personale contro avversari armati. Partecipare può essere veramente un’esperienza unica per chi non pratica questo tipo di discipline, perchè è possibile riuscire a farsi un’idea abbastanza precisa di cosa sia in realtà un combattente esperto di coltello o di bastone e cosa significhi doverlo affrontare a mani nude: ogni tecnica viene mostrata nei dettagli e spiegata passo per passo prima di lasciare tempo ai partecipanti di provarla tra loro (o con sifu Bonomelli) per verificarne l’efficacia. La cosa più importante in uno stage è divertirsi, lavorare in serenità con persone che non vogliono dimostrare niente ma che sono semplici appassionati dello straordinario mondo delle Arti Marziali orientali: se poi dallo stage si riescono ad apprendere anche solo due o tre principi da integrare con ciò che si pratica abitualmente, o si riescono a vedere le cose che già si conoscono da una prospettiva diversa, allora non avremo lavorato invano. Chiunque decida di unirsi a noi in questi giorni (o anche in uno solo), sarà gradito ospite e sarà trattato come un amico, educatamente e con rispetto qualunque sia la disciplina che pratica e indipendentemente dal grado che porta. Questa è la filosofia dell’AKEA!

Karambit, l'artiglio della tigre


Il Karambit, ovvero "l’Artiglio della Tigre” è originario dell’arcipelago indonesiano nel quale veniva utilizzato principalmente come attrezzo da lavoro o coltello da tasca. Negli anni 70 / 80 ha trovato uno sviluppo incredibile grazie alla sua applicazione nei vari sistemi di combattimento indonesiano (Pentjak Silat) e filippino (Kali-Escrima). Si tratta di un coltello molto particolare e diverso dagli altri, con caratteristiche tecniche che lo rendono probabilmente l’arma da taglio corta più pericolosa esistente al mondo. La sua lama con disegno ad uncino con il filo all’interno e la sua punta acuminatissima sono in grado di provocare ferite terribili, molto più ampie e profonde degli altri coltelli. L’anella posta all’estremità dell’impugnatura permette di inserirci il dito mignolo oppure il dito indice, ottenendo così una presa straordinaria anche con mani bagnate o sudate, un pò come in un paio di forbici, e questo rende difficile anche il ferirsi accidentalmente. Questo particolare tipo di presa sull’arma rende anche impossibili quasi tutti i vari tipi di disarmi esistenti nel programma del Kali-Escrima, i quali si basano sul principio della scarsa presa del pollice come punto debole per aprire la mano e togliere il coltello. Se l’impugnatura viene effettuata con il dito indice, esiste anche la possibilità di ruotare il coltello intorno al dito cambiando repentinamente la distanza utile di utilizzo, oppure di andare a colpire con l’esterno della lama sfruttando l’energia della forza centrifuga. Nel corso della terza edizione della Mostra dei Coltelli che si svolgerà nella galleria del Centro Commerciale Fossolo 2, tra via Lincoln e via Bombicci a Bologna, sabato 17 settembre, si terranno alcune esibizioni di Kali-Arnis-Escrima del Combat Center Bologna dedicate esclusivamente alla difesa da coltello e al combattimento coltello contro coltello. Una parte di queste esibizioni sarà dedicata al Karambit e alle sue tecniche devastanti.

Balisong, il coltello a farfalla


Balisong è il termine in Tagalog (dialetto filippino della provincia di Batangas, nel sud dell’arcipelago) che contraddistingue il celeberrimo “coltello a farfalla” o “butterfly”. Si tratta di un oggetto abbastanza strano, con l’impugnatura suddivisa in due parti che si snodano intorno alla lama aprendosi e chiudendosi e racchiudendola al loro interno. Questo coltello è diventato famoso in tutto il mondo per essere stato presentato in tanti film e telefilm di ogni genere, grazie soprattutto all’incredibile spettacolarità del suo modo di apertura che lo rende molto più coreografico rispetto ad un coltello normale. Per ciò che riguarda l’impiego pratico, il Balisong rappresenta più un deterrente che una arma vera e propria, nel senso che può essere utilizzato in tre modi diversi, tutti micidiali pur con effetti sostanzialmente differenti, cioè chiuso, in fase di apertura, oppure aperto. Quando resta chiuso, si usa per colpire le mani, le braccia o la testa di chi ci attacca e, pur trattandosi di tecniche estremamente dolorose, non provocano danni permanenti e servono come “avviso” al malintenzionato a desistere dai suoi propositi finchè è ancora in tempo. Maggiore effetto si riesce ad ottenere colpendo durante la fase di apertura, quando la sua velocità e la forza centrifuga lo rendono capace di impatti violenti e davvero terrificanti. Quando chi lo impugna lo mostra aperto, con la lama estratta, significa che non si gioca più e che, da quel punto in poi, combattere significherà soprattutto salvarsi la vita. Nel corso della terza edizione della Mostra dei Coltelli che si svolgerà nella galleria del Centro Commerciale Fossolo 2, tra via Lincoln e via Bombicci a Bologna, sabato 17 settembre, si terranno alcune esibizioni di Kali-Arnis-Escrima del Combat Center Bologna dedicate esclusivamente alla difesa da coltello e al combattimento coltello contro coltello. Una parte di queste esibizioni sarà dedicata al Balisong e alle sue tecniche micidiali.

Terza mostra dei coltelli


Sabato 17 settembre si terrà a Bologna, nella galleria del Centro Commerciale Fossolo 2 situato tra via Lincoln e via Bombicci, la terza edizione della Mostra dei Coltelli. La manifestazione è organizzata da Gabriele Polazzi, titolare della ferramenta-casalinghi Bengi, presente all’interno del centro e diventata negli ultimi anni anche una coltelleria conosciuta a livello nazionale, per l’alta qualità dei coltelli disponibili al suo interno. Saranno presenti alcune decine di artigiani Maestri coltellinai provenienti da tutta l’Italia che esporranno le loro creazioni sulle bancarelle della galleria dalle ore 9 alle ore 19. La tradizione italiana della costruzione dei coltelli artigianali è famosa in tutto il mondo e gli abitanti di alcuni paesi come Scarperia nell’Appennino toscano del Mugello e Maniago in provincia di Pordenone ne hanno fatto la principale fonte di lavoro e guadagno. Oltre a famose aziende che producono in scala industriale, ci sono molti coltellinai che con passione e bravura realizzano lame e impugnature artistiche con materiali pregiati e rifiniture talmente belle e precise da potersi considerare a pieno diritto opere d’arte. Durante la giornata avranno luogo anche esibizioni di Kali-Escrima preparate ed eseguite dall’Istruttore Moreno Martelli e dagli allievi del Combat Center Bologna dove verranno mostrate le principali tecniche di difesa a mani nude contro avversario armato di coltello e il combattimento coltello contro coltello, base dei programmi di addestramento dei più importanti e famosi Corpi Speciali Militari, di Polizia e Antiterrorismo di tutto il mondo. Saranno anche mostrate tecniche di Balisong filippino, conosciuto anche come coltello a farfalla e famoso per essere impiegato in film e telefilm di ogni genere, e di Karambit, un particolare e micidiale coltello indonesiano con forma ad uncino. Le esibizioni si svolgeranno indicativamente alle 11,30 alle 16,00 e alle 17,30.

Resistenza e vulnerabilità


E’ incredibile osservare quali colpi e quanto dolore sia in grado di sopportare il corpo di una persona senza subire effetti immediati: lo possiamo vedere nei filmati televisivi degli scontri di piazza, degli incidenti negli stadi, o quando i delinquenti si ribellano all’arresto. Proprio su questo ultimo aspetto, una famosa trasmissione televisiva ci ha chiaramente mostrato come sia difficile, a volte, anche per tre o quattro poliziotti grossi e robusti avere ragione di una persona che non ha nessuna intenzione di lasciarsi arrestare e come anche infliggendogli numerosi calci, pugni e manganellate non si riesca a risolvere il problema. La spiegazione di questo si chiama rabbia, adrenalina, alcool, droga! Possiamo però anche evidenziare come sia facilissimo provocare danni fisici molto gravi senza ricorrere a tecniche sofisticate e non impiegando nemmeno tutta la nostra forza. Un banale colpo a mano aperta sul naso provoca immediatamente molto dolore, difficoltà nella respirazione e problemi visivi causati dalla abbondante lacrimazione. Afferrare un pollice e tirarlo verso l’esterno della mano ne può provocare la frattura e, di conseguenza, l’uscita da una presa, con l’impossibilità per l’aggressore di ripeterla. Il ginocchio è un’articolazione robustissima che sorregge tutto il peso del corpo, i nostri passi e i nostri salti, ma solo finchè lavora nella giusta direzione: basta un colpo frontale o laterale preciso e ben assestato per compromettere la sua corretta funzionalità e, quindi, la capacità di un aggressore di combattere o di inseguirci in caso di fuga. Riflettendo su questi due diversi aspetti si può facilmente dedurre che, se da un lato non si è mai sicuri di avere la meglio in situazione di scontro fisico, dall’altro lato una adeguata preparazione tecnica e la buona conoscenza dei bersagli vulnerabili del corpo umano ci dà modo di difenderci contro persone molto più grosse e più forti di noi. Il Jeet Kune Do lavora proprio su questi principi per cercare di vincere lo scontro al primo colpo (SDA single Direct Attack), oppure portando colpi in sequenza continua (ABC Attack By Combination) finchè il nostro aggressore non sia fuori combattimento.

La mia prima volta


E’ la prima volta che mi trovo ad avere la possibilità di scrivere su queste pagine e, dal momento che questo succederà molte altre volte in futuro, penso sia corretto presentarmi a tutti voi, lettori del Dove. Pratico Arti Marziali dal 1979 (Tae Kwon Do) e ho conseguito il grado di Cintura Nera 1° dan nel 1984 a Roma con il M° Park Sun Jae (World T.K.D. Federation). Nel 1986 ho cominciato ad insegnare in una palestra di Bologna, e nel 1988 ho superato l’esame per Cintura Nera 2° Dan (International T.K.D. Federation). Sempre nel 1988, al culmine di quella che è stata la mia breve carriera agonistica vinsi la medaglia d’argento (forme) e quella di bronzo (combattimenti) ai Campionati Italiani per Cinture Nere a Terracina. Tre anni dopo ho avuto l’onore di partecipare al primo stage in Italia del M° Gen. Choi Hong Hi, Fondatore del Tae Kwon Do e, ancora nel 1991, di ricevere il grado di Cintura Nera 3° Dan dalle mani del M° Wim Bos, ancora oggi Direttore Tecnico Nazionale. Nel 1992 ho sospeso la pratica e l’insegnamento del Tae Kwon Do per potermi dedicare a tempo pieno allo studio della Difesa Personale, aprendo numerosi corsi riservati solo ed esclusivamente alle donne lavorando sia sul piano tecnico che su quello psicologico. La svolta definitiva nel 1998, in conseguenza della mia partecipazione ad uno stage organizzato a Milano dall’AKEA (Arnis Kali Escrima Association) con il leggendario M° Dan Inosanto, braccio destro di Bruce Lee a Los Angeles negli anni 60/70 ai tempi della sua folgorante carriera di praticante di Arti Marziali e di attore di film d’azione. La possibilità di praticare Jeet Kune Do e Kali-Escrima con questo straordinario Maestro ha cambiato la mia visione delle Arti Marziali e delle strategie di combattimento in modo veramente inaspettato, facendomi scoprire un sistema diverso, semplice e completo di affrontare le situazioni di Difesa Personale, soprattutto nei confronti di aggressori armati di bastone (o altri oggetti contundenti) e di coltello (o altri tipi di armi da taglio). A quel punto ho scelto di approfondire la mia conoscenza e la pratica di queste discipline arrivando, grazie ai Maestri Attilio Acquistapace e Roberto Bonomelli, a diplomarmi Istruttore nel giugno 2001. Tuttora sono l’unico Istruttore diplomato AKEA autorizzato ad insegnare Jeet Kune Do e Kali-Escrima nella provincia di Bologna, e Combat Center Bologna è il mio marchio che rappresenta i miei corsi. Nei prossimi redazionali vi parlerò più dettagliatamente dell’AKEA e delle sue attività, delle arti marziali che pratico e insegno attualmente e degli eventi speciali che riusciamo periodicamente ad organizzare, e ai quali sarete sempre tutti ospiti molto graditi.

Arti Marziali perché


Perché si praticano le Arti Marziali? Che senso possono avere ancora ai giorni nostri? Perché in un mondo nel quale si tende sempre più ad enfatizzare l’importanza di risolvere le proprie questioni con il dialogo, senza ricorrere all’uso della forza, tante persone si avvicinano alla pratica delle discipline di combattimento e di Difesa Personale? Non può essere solo per il desiderio di fare fitness, poiché per questo esistono decine di corsi per ogni esigenza, in qualsiasi palestra che si rispetti, e quindi? La risposta si trova all’interno di ognuno di noi, nella innata natura violenta che ha sempre contraddistinto l’essere umano fin dalle sue origini e alla quale ciascuno ha dato sfogo come poteva, nelle varie epoche della storia dell’uomo. Se provate a pensarci, anche essere semplice spettatore ad uno spettacolo sportivo porta a rivelare la nostra aggressività in maniera inaspettata: se paragoniamo gli antichi romani che si recavano al Colosseo per i combattimenti dei Gladiatori e coloro che assistono alla partenza di un Gran Premio di Formula 1, non perché interessati alla gara ma perché sanno che può accadere l’incidente alla prima curva, ci rendiamo conto che sono cambiati i tempi e gli strumenti, ma la psiche e l’istinto degli esseri umani non sono cambiati altrettanto. Oggi cerchiamo di convincerci che tutto sia risolvibile con le parole ma se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che mai in passato c’è stata tanta aggressività violenta nelle persone. E’ sorprendente la facilità con la quale si può arrivare a litigare con qualcuno, per lavoro o per il traffico, con il vicino di casa fracassone o con il ragazzino maleducato, ma alla fine noi siamo sempre quelli convinti di avere ragione, perché in fondo non è mai colpa nostra. Siamo addirittura al clamoroso paradosso che anche coloro che manifestano in favore della PACE, arrivano ad avere atteggiamenti e comportamenti di una violenza inaudita. Praticare Arti Marziali ci aiuta ad incanalare la nostra aggressività, scaricando in modo positivo le tensioni accumulate durante la giornata affinchè questo possa servirci a trarre dei vantaggi sia sul piano fisico che su quello psicologico. Anche potendo finalmente aprire le nostre valvole di sfogo, dovremo sempre e comunque controllarci perché ci troviamo in un contesto nel quale siamo tenuti a comportarci sempre educatamente e con il massimo rispetto nei confronti del Maestro innanzitutto, ma anche di tutti gli altri allievi presenti in palestra, indipendentemente dal loro grado o dal loro livello di bravura. Questo, nel tempo, trasforma radicalmente il modo di rapportarsi con le altre persone anche al di fuori della palestra, riuscendo a controllare con maggiore padronanza sia le reazioni emotive che il proprio equilibrio psicofisico mantenendo sempre la freddezza e la lucidità necessarie per affrontare qualsiasi tipo di situazione. Pochi di coloro che si iscrivono ad un corso di Arti Marziali sanno questo, ma quando se ne accorgeranno si renderanno conto da soli di quant’è migliorata la qualità della loro vita.

Scegliere l'Arte Marziale


Cosa guardiamo quando entriamo in una nuova palestra con l’intenzione di iscriverci? Cerchiamo di capire se l’ambiente è tranquillo e pulito, se le attrezzature a disposizione possono soddisfare le nostre necessità, se le persone che la frequentano sono in qualche modo compatibili con noi per poterci trovare a nostro agio durante l’allenamento. Ma se siamo interessati ad un corso di Arti Marziali, quali valutazioni possiamo fare? Come facciamo a capire se ci stiamo rivolgendo alle persone giuste per noi? Prima di tutto, bisognerebbe chiarirsi un poco le idee riguardo a cosa si sta cercando: siamo interessati ad uno stile tradizionale con una sua parte sportiva oppure ad uno stile dove tutto l’allenamento è finalizzato alla Difesa Personale? Stiamo cercando una disciplina fisica e faticosa o una più tecnica e mentale? Preferiamo un metodo di combattimento a mani nude o con l’utilizzo di armi? Per compiere questa scelta è bene documentarsi tramite riviste specializzate o sui molti siti internet di Federazioni e Associazioni presenti sul territorio nazionale che indicano la dislocazione delle varie palestre affiliate città per città con il nome dell’ Istruttore. I siti internet più professionali ne propongono anche il curriculum marziale, oltre agli orari delle lezioni e i numeri di riferimento per contattarlo direttamente. A questo punto non resta che recarsi in palestra per vedere con i propri occhi (è molto meglio che accontentarsi di una semplice telefonata che può comunque lasciare una impressione sbagliata, in meglio o in peggio) approfittando del tempo che qualsiasi buon Istruttore è disposto a concedere a chiunque si rechi per avere notizie e delucidazioni. E’ buona cosa anche arrivare prima dell’inizio della lezione e chiedere il permesso di assistere all’allenamento, riservandosi poi la possibilità di parlare con più calma alla fine dello stesso quando, generalmente, il tempo disponibile è maggiore e la visione della lezione ci ha già tolto (o fatto venire) qualche altro dubbio. Già in questa primissima fase ci possiamo fare un’idea abbastanza precisa riguardo la persona che dirige il corso verificandone la disponibilità a prestarci attenzione e la sua cordialità nel dialogo, aspetti che solitamente si riscontrano poi anche durante le lezioni nei confronti degli allievi. Ricordate anche che, al giorno d’oggi, le misteriose e segrete tecniche mortali non esistono più e che un Istruttore che non concede il permesso di assistere alla lezione di un corso aperto al pubblico, si atteggia in un comportamento non comprensibile che può solo allontanare dalla sua palestra nuovi possibili allievi. Se si è scelto di seguire la via dell’insegnamento, bisogna essere pronti ad accogliere ogni persona che si presenti interessata all’Arte Marziale, alla pratica e al suo apprendimento. Un semplice visitatore oggi, potrebbe diventare un validissimo allievo domani.

Scegliere il proprio Maestro


Nella storia della diffusione delle Arti Marziali in Italia abbiamo assistito a fenomeni a dir poco sorprendenti, come Maestri che insegnano decine di stili diversi imparati chissà dove, chissà in quanto tempo e chissà da chi, oppure Maestri che essendo usciti dalla loro Associazione hanno continuato per anni a proporre agli allievi le stesse tecniche senza aver più preso parte agli stage di aggiornamento che rendono queste discipline sempre in grado di far fronte alle nuove necessità e alle nuove richieste del pubblico. Com’è possibile per un profano riuscire ad intuire se si trova di fronte un buon Istruttore o un ciarlatano? La risposta più semplice è PROVARE! Recatevi nella palestra dove si tiene il corso che vi interessa, chiedete di assistere ad un allenamento per avere la certezza che la disciplina praticata sia quella che state cercando e quando sarete sicuri, chiedete di poter provare a praticare di persona. Solo in questo caso potrete avere la possibilità di capire da dentro il livello tecnico degli allievi (non solo quelli avanzati ma, soprattutto, gli altri principianti) e la loro dedizione. Ci si può rendere conto di quali valori vengono trasmessi durante le lezioni e se c’è, o meno, la necessaria disciplina per ottenere i migliori risultati dalla pratica. Se un principiante in una lezione di prova viene relegato in un angolo a lavorare da solo, se non gli vengono fornite le primissime e basilari informazioni necessarie per capire cosa sta facendo e perchè, significa che non gli viene concessa l’attenzione che merita. Quando gli verrà concessa questa attenzione? Dopo un mese? Dopo un anno? Mai? Questa mancanza di rispetto nei confronti di un principiante o di un allievo meno dotato dovrebbe essere già un preoccupante segnale d’allarme. Se il Maestro vi dedica il tempo necessario, come trovate che siano le sue spiegazioni? Se si esprime con chiarezza e semplicità capirete immediatamente ciò che vi viene mostrato, ma in caso contrario ogni spiegazione contribuirà ad aumentare la vostra confusione; ricordatevi che siete alla prima lezione di prova e che sicuramente non sarete in grado di applicare le tecniche che vedete utilizzare dagli altri allievi. L’ importante è capire quello che si fa e in che misura potrà servire per procedere nel percorso dell’apprendimento e dello studio di questa arte marziale. Un altro aspetto importantissimo è costituito dalla prevenzione degli infortuni durante la pratica in palestra: vi sembra che gli allievi siano adeguatamente protetti durante le varie fasi dell’allenamento per poter lavorare in tranquillità e che il Maestro li abbia informati in maniera precisa sui risvolti pericolosi delle tecniche che stanno applicando? Come vedete, non è sufficiente fidarsi solo di una cintura nera o di una serie di diplomi appesi al muro, per capire se abbiamo finalmente trovato il NOSTRO Maestro.

Presto e bene...


Fino alla prima metà degli anni novanta, iniziare la pratica di un’Arte Marziale poteva significare dover affrontare alcuni mesi di allenamento individuale interamente dedicato alla preparazione fisica e all’apprendimento di tecniche delle quali si sarebbero poi capiti, forse, il significato e l’utilità dopo alcuni anni di frequenza assidua e costante. In quel periodo, cominciarono ad apparire anche in Italia le cosiddette discipline reali per il combattimento da strada, che segnarono un cambiamento radicale sia per l’allenamento che per il metodo di insegnamento. Inutile dire che il successo fu immediato, anche perchè molte persone che si iscrivevano a questi corsi lo facevano con la convinzione che avrebbero imparato tutto e subito. Se da un certo punto di vista questo può anche sembrare vero in realtà non è affatto così! Nel JEET KUNE DO che insegno io, la gran parte dell’allenamento è dedicata al lavoro in coppia tramite l’utilizzo di apposite attrezzature che rendono più realistica possibile la esecuzione di ogni attacco o difesa che possa essere applicabile in un combattimento reale. Siccome si inizia subito dalla prima lezione con questo metodo, mi capitò in passato qualche allievo che credeva di avere raggiunto la totale padronanza delle proprie tecniche dopo solo un paio di mesi di pratica. Questo rappresenta un grosso problema! Ciò che si impara nei miei corsi non ha un riscontro sportivo su un ring o su un quadrato, dove ci sono regole che i due contendenti sono tenuti a rispettare, con arbitri che vigilano sulla correttezza dell’incontro, magari anche interrompendo il match. Pur riconoscendo la indiscutibile validità del combattimento sportivo per quello che può dare a un praticante in termini di controllo della tensione nervosa, scelta di tempo, abilità a muoversi in una situazione abbastanza reale e difficile, si tende sempre a dimenticarne gli evidenti limiti imposti dall’ovvia esigenza di evitare danni fisici ai combattenti. Se un mio allievo si trova costretto a combattere, significa che in palio non c’è un trofeo o un titolo sportivo, ma l’incolumità fisica o, forse, anche la vita. Una volta capita questa importante differenza, appare chiaro che non esiste più nessun margine di errore, quindi un corretto atteggiamento psicologico e la perfetta preparazione fisica e tecnica possono fare la differenza tra vivere e morire. A questo punto è naturale prendere coscienza del fatto che avere già imparato ad eseguire quattro pugni e tre calci in due mesi non è sufficiente a metterci nella condizione di poter affrontare uno scontro reale con la consapevolezza dei rischi e la tranquillità necessaria. C’è un lungo lavoro da svolgere per raggiungere questa condizione, con molta pazienza e umiltà, un passo alla volta, seguendo la guida e i consigli di chi ci insegna. La fretta di imparare è una nemica che nessuno sarà mai in grado di combattere.

Come guidare l'automobile


Sapeste quante volte mi è capitato di trovarmi di fronte allievi che dopo le prime lezioni mi dicevano che no, non sarebbero mai riusciti ad imparare tecniche così complesse, quindi non sarebbero mai stati in grado di applicarle in una situazione di aggressione reale. Ma non ricordate la prima volta che vi siete seduti al volante di un’automobile? Vi hanno spiegato cosa sono il cambio, il volante, il freno, come funzionano e perchè, e tutto sembrava così drammaticamente difficile, immaginandosi in mezzo al traffico. Quando cominciate a praticare Arti Marziali è la stessa cosa ; l’Istruttore vi insegna cosa sono un pugno, un calcio, una parata, una leva articolare, come funzionano e perchè. Tutto viene insegnato nella maniera più corretta poi, con l’aumentare dell’esperienza personale e delle ore di pratica, ognuno riuscirà a memorizzare e personalizzare questi insegnamenti in base alle proprie esigenze e alle proprie caratteristiche fisiche. All’inizio, sia che si tratti di cambiare marcia o di eseguire un calcio laterale, la difficoltà più grande è che dobbiamo pensare a ciò che stiamo facendo e questo ci porta a lavorare più con la mente che con il corpo, il che ci fa apparire ogni cosa immensamente più complessa di come sia nella realtà. Ripetendo molte volte lo stesso movimento, il corpo ne memorizza i meccanismi più importanti escludendo la parte mentale, che può creare intralci molto pericolosi. Dopo anni di guida, chi sa dirmi quante volte cambia marcia nel tragitto quotidiano dalla casa al proprio posto di lavoro? Sicuramente nessuno, perchè nessuno ci pensa più! Se ci si presenta davanti un ostacolo imprevisto, frenare, scalare due marce e sterzare per evitare l’incidente è la reazione più naturale per chiunque abbia esperienza di guida, ma nessuno riesce a pensare di farlo: lo fa e basta! Dopo centinaia di ripetizioni, ogni movimento diventa naturale, quindi per schivare un pugno o una coltellata, il nostro corpo si muoverà di sicuro prima che la mente riesca a scegliere la tecnica più giusta da eseguire. In certe situazioni, se ti fermi a pensare sei morto, e questo vale sull’autostrada quando si guida l’auto o in un vicolo se bisogna difendersi da un’aggressione violenta. Così come si raggiunge la padronanza della guida dell’automobile, si può ottenere un controllo del proprio corpo sufficiente per combattere e sapersi difendere, fidandosi di chi ci insegna, senza lasciarsi abbattere dalle prime inevitabili e superabilissime difficoltà che tutti i praticanti di Arti Marziali hanno dovuto sconfiggere.

La coscienza di ciò che si fa


Spesso sento dire che le discipline tipo cardio kick, fit boxe e simili sono molto seguite e praticate (soprattutto dalle donne) perchè oltre ad essere basate su un duro lavoro fisico, utilizzano le tecniche più caratteristiche delle Arti Marziali come calci, pugni, ginocchiate, quindi intanto che si lavora sulla forma fisica “CI SI IMPARA A DIFENDERE“. Mi chiedo però difendere da cosa, visto che non succede mai che in questi corsi una persona vi si metta di fronte con i guantoni e cominci a sferrarvi dei pugni in faccia. Come ci si può imparare a difendere se non si affronta la psicologia del confronto con un avversario, e non si studia nel dettaglio ciò che succede durante un’aggressione? Inoltre, state imparando le tecniche nella maniera più corretta, o le eseguite soltanto per seguire il ritmo dell’allenamento e i comandi dell’Istruttore? E il vostro Istruttore è in grado di eseguire i pugni e i calci senza fratturarsi i polsi oppure lesionarsi i legamenti del ginocchio? Ricordatevi che difendersi significa dover colpire più violentemente possibile non un sacco oscillante di una trentina di chili ma un uomo di settanta, ottanta chili o forse più, ben piantato a terra e in grado di sopportare colpi duri. Personalmente credo però che in realtà ben poche persone tra quelle che partecipano a questi corsi siano intimamente convinte di imparare a difendersi, ma penso piuttosto che nascondano la loro paura di iscriversi ad un vero corso di Arti Marziali, per non trovarsi costrette ad affrontare situazioni che le metterebbero in seria difficoltà fisica e psicologica. Allenarsi a tempo di musica tirando calci ad un sacco è sicuramente meno complicato che affrontare un compagno di allenamento armato di guantoni, o bastone imbottito, o coltello di gomma, ma questo è il modo migliore per nascondersi dal problema. Per imparare a nuotare si possono provare le sequenze dei movimenti di braccia e gambe sdraiati su una panca in palestra, ma finchè non vi tufferete nell’acqua di una piscina, non saprete mai se siete in grado di nuotare oppure no. Non aspettate di essere aggredite da qualcuno per scoprire se siete capaci di difendervi!

Domande e risposte


Praticare Arti Marziali (qualunque tipo di Arte Marziale) concede ad una persona un bel numero di vantaggi in caso di scontro fisico con un altro individuo che non possieda alcun tipo di preparazione fisica e psicologica al combattimento. Senza dubbio l’esplosività dei movimenti, l’equilibrio, la coordinazione, l’abitudine a combattere sono doti non comuni che, sommate alla conoscenza degli atteggiamenti di difesa o intimidatori, possono aiutarci a risolvere in breve tempo situazioni molto difficili. Ma perchè allora non è possibile dire che un combattente esperto di Arti Marziali sia in realtà imbattibile? In un combattimento reale subentrano molti aspetti che, spesso, in un corso di Arti Marziali non vengono mai presi in considerazione e questo è un problema. Quanto è arrabbiato con noi colui che ci sta di fronte e quanto male è disposto a farci? E’ armato o no? Che tipo di arma ha? Come posso capire se è capace di usarla? Quanto male sono disposto a fare a lui per riuscire a ritornare a casa, dalla mia famiglia? Le tecniche che ho sempre allenato in palestra saranno in grado di fermarlo oppure no? Sul quadrato o sul ring hanno sempre funzionato ma li siamo suddivisi per categorie di peso uguale, mentre questo bestione che mi trovo davanti sarà il doppio di me, quindi? Sarà sotto l’effetto di qualche droga, medicinale, alcool o altro, perchè se così fosse c’è la possibilità che non senta per niente i miei colpi, quindi che strategia posso adottare? E’ solo o con qualcuno che lo spalleggia? Non è solo, quindi come devo muovermi? Posso utilizzare qualche oggetto che ho a portata di mano come arma per difendermi? Chiunque pensa di utilizzare in un combattimento in strada le tecniche che ha appreso e allenato a lungo in palestra, dovrebbe avere già le risposte a queste domande per evitare di essere sconfitti dalla sorpresa di accorgersi che nella realtà non ci sono regole di nessun genere e che spesso non vince il più bravo o il più tecnico, ma il più furbo o il più cattivo. A volte, in strada, perdere significa morire e leggendo i giornali se ne ha la conferma! Provate a parlarne anche con i vostri Maestri! Male certamente non vi farà!

La pratica e la difesa


Per quanto possa sembrare strano ad una persona che non conosca da dentro l’ambiente delle Arti Marziali, la pratica e la Difesa Personale non sono collegate così strettamente come si può pensare guardando, per esempio, i film d’azione o i telefilm televisivi. Sullo schermo vengono impiegate tecniche molto spettacolari (ovviamente) contro i vari cattivi di turno che, però, nessun praticante esperto utilizzerebbe mai nella realtà. Perchè allora vengono allenate a lungo, provate e riprovate centinaia di volte se poi al momento buono vengono accantonate a favore di soluzioni più semplici e rapide? Nella pratica costante di molti stili tradizionali, l’obiettivo della difesa personale risulta essere in secondo piano, per privilegiare invece aspetti come la disciplina, la preparazione fisica, il rigore morale, la perfezione dell’esecuzione dei movimenti, la concentrazione. La possibilità di poter poi ricorrere a questo bagaglio di conoscenze per difendersi in una situazione di reale pericolo per l’incolumità fisica propria o di altre persone esiste lo stesso ma viene condizionata seriamente dall’impostazione data al metodo di allenamento. Personalmente ho praticato per anni un’Arte Marziale che mi dava un grande piacere solo per i bellissimi calci che riuscivo ad eseguire, ma sapevo che in caso di combattimento reale in strada avrei potuto avere problemi causati dall’abbigliamento, dalla mancanza di spazio o anche dal fatto di non poter svolgere prima il solito, adeguato, riscaldamento. Non è indispensabile combattere per strada, anzi, più si riesce ad evitare e meglio è, però considero che, nonostante la soddisfazione personale nel vedere i propri miglioramenti nel tempo sia unica, bisogna sempre ricordarsi che ciò che si pratica ha limiti e difetti. Un esperto combattente non deve mai sottovalutare una possibile situazione di pericolo fidandosi ciecamente delle proprie abilità e conoscenze, perchè potrebbero non bastare. Il nostro avversario non è certo tenuto a conoscere quelle regole di comportamento che si rispettano in palestra o nel ring e non bisogna farsi sorprendere da questo aspetto: è bene ricordarsi che la miglior vittoria è quella del combattimento che siamo riusciti ad evitare!

Senza possibilità di scelta


I recenti e gravissimi fatti di cronaca successi a Bologna il 17 giugno e a Milano il 18 mi hanno dato lo spunto per alcune riflessioni riguardanti il mio programma di allenamento. Come saprete dai giornali, si tratta di due episodi di violenza sessuale ai danni di giovani donne, con i fidanzati immobilizzati sotto la minaccia di un coltello e costretti a guardare. Nel programma didattico AKEA di Jeet Kune Do e Kali-Escrima, la difesa da minaccia di coltello rappresenta il primo approccio a mani nude contro l’arma da taglio corta. Questo perchè, considerando il tipo di azione da compiere e il fatto che si parte da fermi e non in una situazione di combattimento in movimento, è molto importante per prendere dimestichezza con gli spostamenti del corpo e delle gambe, e con le tecniche di disarmo. Sul piano strategico però, viene sconsigliata la reazione violenta privilegiando piuttosto un atteggiamento teso a tranquillizzare l’aggressore assecondandolo nelle sue richieste. Chi ci sta minacciando lo fa perchè vuole qualcosa da noi e non perchè vuole farci del male: se ci chiede il portafogli o il cellulare e noi lo accontentiamo, lui ottiene ciò che desidera e noi ci risparmiamo di correre il rischio, sempre presente, di ferirci gravemente. Inoltre, siccome vi posso assicurare che le difese da minaccia del nostro programma sono veramente “cattive”, decidere di non reagire può anche farci evitare le solite grane legali derivanti dall’accusa di eccesso di difesa personale, lesioni aggravate, oppure omicidio. In casi come quelli successi ultimamente però, il discorso cambia completamente e chi sta eseguendo la fase di minaccia con l’arma, ha come scopo principale quello di far male, molto male, ad una persona a noi cara che si trova in nostra compagnia: ritengo che a quel punto una persona che abbia la necessaria preparazione tecnica e un minimo di freddezza non possa accettare moralmente di subire passivamente una situazione del genere. Purtroppo, casi come quelli citati ci ricordano che, un giorno o l’altro potrebbe capitare di dover fare ricorso alle tecniche che abbiamo tanto scrupolosamente allenato, non tanto per salvare noi stessi ma per proteggere chi ci sta vicino: speriamo solo che non succeda mai!

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