Elenco degli articoli pubblicati sul "Dove Settimanale di Spettacolo"



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Dove 663 - 09/03/2007 - Completezza, non superiorità

Dove 664 - 16/03/2007 - Un equivoco da chiarire

Dove 665 - 23/03/2007 - Lezioni private quando e perchè

Dove 666 - 30/03/2007 - Corsi regolari quando e perchè

Dove 667 - 06/04/2007 - Nuovo corso di Difesa Femminile

Dove 668 - 13/04/2007 - Perchè non pensarci prima?

Dove 669 - 20/04/2007 - Se ne sono accorti solo ora?

Dove 670 - 27/04/2007 - Riflessioni sulle armi

Dove 671 - 04/05/2007 - A ognuno il suo

Dove 672 - 11/05/2007 - La vita e la morte

Dove 673 - 18/05/2007 - Donne di destra e di sinistra

Dove 674 - 25/05/2007 - Il potere dei mass media

Dove 675 - 01/06/2007 - Tenetevelo per voi

Dove 676-677 - 08/06/2007 - 2a esibizione a Budrio

Dove 678 - 22/06/2007 - Tradizione ed etica morale

Dove 679 - 29/06/2007 - Il dono della paura

Dove 680 - 13/07/2007 - Saper fare e saper insegnare

Dove 681 - 27/07/2007 - Ricordando una leggenda

Dove 682-683 - 07/09/2007 - Pronti a ripartire

Dove 684 - 21/07/2007 - La regola del perchè

Dove 685 - 28/07/2007 - Un pugno è solo un pugno

Dove 686 - 05/10/2007 - Combatti il tuo ego

Dove 687 - 12/10/2007 - E brava Marion

Dove 688 - 19/10/2007 - Il significato delle parole

Dove 689 - 26/10/2007 - L'importanza delle protezioni

Dove 690 - 02/11/2007 - Sii acqua, amico mio

Dove 691 - 09/11/2007 - Finalmente si muovono

Dove 692 - 16/11/2007 - Il reato e la pena

Dove 693 - 23/11/2007 - Ciò che funziona veramente

Dove 694 - 30/11/2007 - Questo non funzionerà mai

Dove 695 - 07/12/2007 - L'onestà prima di tutto

Dove 696 - 14/12/2007 - Aprire la mente

Dove 697 - 21/12/2007 - Esami e cinture

Dove 698 - 28/12/2007 - L'individuo prima di tutto

Dove 699-700 - 11/01/2008 - Buon anno nuovo a tutti

Dove 701 - 25/01/2008 - Uno Stato che tutela?

Dove 702 - 01/02/2008 - Ricerca della perfezione

Dove 703 - 08/02/2008 - La palestra e la strada

La palestra e la strada


Uno dei più grossi problemi di molte scuole di Arti Marziali è quello di trattare la Difesa Personale, senza cercare di uscire con la mente dai quattro muri della sala di allenamento. Le situazioni che nella vita reale sono assolutamente normali non vengono mai, non dico ricreate, ma nemmeno prese in considerazione, e in questo modo gli allenamenti durante le lezioni in palestra si limitano ad essere un insieme di teorie astratte e spesso inapplicabili. Tanto per fare alcuni semplici esempi, perché ci si allena a piedi nudi quando nella vita di tutti i giorni si indossano le scarpe? Il modo di muoversi cambia di molto con le scarpe! Se sono scarpe comode con la gomma ci si muove più velocemente, ma se hanno la suola in cuoio si può scivolare, e se hanno dieci centimetri di tacco, forse è meglio non calciare. I pantaloni da allenamento sono comodi, ma i jeans che si indossano quotidianamente lo sono altrettanto, o possono legare i movimenti tanto da impedire di muoversi in velocità? E ci si pone mai il problema di come sia vestito l’aggressore che abbiamo di fronte? Spesso, troppo spesso, assolutamente no! Un mio amico ha partecipato ad un corso di difesa molto “paramilitare” comprendente anche tecniche di tiro e antiterrorismo, e mi ha mostrato alcune difese da avversario armato con coltello e con pistola e tutte, ripeto, tutte, erano basate sul princìpio di afferrare il braccio armato con una mano e colpire subito con pugni al viso con l’altra: quando gli ho chiesto quale fosse l’eventuale alternativa nel caso l’aggressore indossasse un casco da motociclista, non ha più saputo cosa rispondermi. In pratica, lunghi e duri allenamenti possono diventare inutili perché chi mi aggredisce è appena sceso da uno scooter e tiene il casco in testa per non farsi riconoscere e siccome mi hanno insegnato soltanto che i pugni sulla faccia funzionano sempre, non so cos’altro fare. Quando si lavora seriamente sulla Difesa Personale, e a maggior ragione se si considera un aggressore armato, non si deve mai dare nulla per certo, ma bisogna valutare tutto ciò che può andare storto e capire come si possa rimediare al momento senza lasciarci la pelle. Già così è terribilmente difficile, poi se cominciamo anche a trascurare gli imprevisti ...

Ricerca della perfezione


Spesso, parlando con persone che praticano Arti Marziali, sento dire che non ci si deve limitare solo allo studio del combattimento, ma che la pratica deve portare gli allievi alla costante ricerca della perfezione del proprio gesto tecnico, per la soddisfazione personale. Ritengo che questa affermazione sia estremamente banale, nonché del tutto assurda, per il semplice motivo che la perfezione non esiste, tranne che in poche figure geometriche. Quando parliamo di perfezione, significa confrontare ciò che facciamo con parametri che sono stati stabiliti non si sa da chi e non si sa perché, e questo è totalmente inaccettabile. Negli anni in cui praticavo Tae Kwon Do, sapete quante volte è successo che, dopo aver allenato per anni una tecnica che tutti i Maestri ritenevano perfetta, si arrivasse poi ad uno stage nel quale il Maestro coreano di turno le apportava variazioni davvero sostanziali? Se era considerata da tutti perfetta così com’era, perché me la modifichi? E’ perché sei convinto che sia migliorabile, o perché devi giustificare il fatto che un consistente numero di persone ha pagato per partecipare allo stage e vogliono imparare qualcosa di nuovo? Nella ginnastica artistica e nel pattinaggio, sport che considero il massimo esempio delle capacità fisiche e atletiche umane, quante volte abbiamo assistito ad esibizioni eccezionali penalizzate da votazioni della giuria a dir poco discordanti, quindi alla fine chi può essere in grado di stabilire se un gesto tecnico è perfetto oppure no? In base a che cosa? Come può un Maestro stabilire se il calcio di un allievo è perfetto? Per l’esecuzione? Per il perfetto equilibrio? Per l’estensione completa delle gambe? E se quello stesso calcio portato in combattimento contro un avversario non colpisce il bersaglio, è perfetto? Ma di cosa stiamo parlando? Le Arti Marziali nascono finalizzate al combattimento come fase di addestramento per la Difesa Personale, e lo scopo originario non era quello di eseguire la tecnica perfetta di fronte ad uno specchio, ma di eseguirla nel modo più preciso e veloce possibile, per poterla applicare nella maniera più efficace in un combattimento. La tecnica perfetta è quella che funziona sull’avversario. Tutto il resto è tempo perso!

Uno Stato che tutela?


In Italia, i cittadini stanno chiedendo una maggiore tutela da parte delle Istituzioni e dello Stato per ciò che riguarda la sicurezza, perché parecchi episodi di cronaca hanno messo in evidenza la difficoltà di catturare, processare e condannare i colpevoli di reati violenti. Siccome però mi piace pormi domande, mi chiedo se questo potrebbe servire a qualcosa. Se guardiamo quello che succede negli altri Paesi del mondo, possiamo accorgerci che in realtà anche dove esistono forze di Polizia molto più violente e “cattive” delle nostre, dove le leggi prevedono pene pesantissime, dove i Giudici condannano senza pietà, dove se una persona viene condannata a trent’anni se li fa tutti, il livello della delinquenza è molto più alto che qui, e i cittadini di quei Paesi non si sentono affatto più tutelati di noi italiani, ma rivendicano addirittura il loro diritto a poter portare armi per la propria difesa personale. L’Illinois e il Michigan sono due Stati americani che a livello demografico sono uguali, come numero di abitanti e di immigrati, e come tipologia di immigrazione e di città, però perché in Illinois dove è in vigore la pena di morte per il reato di omicidio si contano molti più omicidi che nel Michigan, dove la pena di morte è stata abolita da un pezzo? E come mai nei Paesi musulmani dove a chi ruba si tagliano le mani, esistono comunque i ladri? E perché in quegli Stati del sud-est asiatico dove si può rischiare la pena di morte se si viene trovati in possesso di un solo grammo di droga, le strade sono piene di spacciatori? Personalmente sono arrivato a credere che non potrà mai esistere uno Stato che riesca a tutelare i cittadini come loro vorrebbero, e che un certo tipo di criminalità, specialmente in Paesi benestanti come il nostro sia fisiologica e inevitabile: questo però mi rende ancora più convinto che proprio per questo devono essere i cittadini stessi a tutelarsi da soli, non certo trasformandosi in tanti improvvisati giustizieri della notte, ma cercando di capire in che modo sia possibile evitare di diventare le vittime di turno, imparando a conoscere le leggi utili per tenerci fuori dai guai, e adottando quotidianamente quelle attenzioni e quelle precauzioni che potrebbero fare vivere a tutti noi una vita molto più tranquilla e serena.

Buon anno nuovo a tutti


E’ appena iniziato il nuovo anno e tutti sperano (e si augurano) che sia migliore di quello passato anche se, pur non essendo affatto difficile, in realtà ci credono davvero in pochi. Con l’inizio del 2008, come sempre del resto, ognuno ha fatto i suoi buoni propositi, tra i quali ci saranno tanti “da oggi mi metto a dieta”, oppure “quest’anno mi iscrivo in palestra per smaltire i panettoni”, oppure “da oggi dedicherò un po’ più di tempo a me stesso”. Le palestre si riempiranno di persone volenterose e disposte a trascorrere ore a correre su un treadmill, a sollevare pesi di ogni tipo, a saltellare su uno step o a sudare in una sauna. L’attività fisica è importante sia per il corpo che per la mente, e il benessere che si ottiene è assolutamente impagabile, ma perché già che ci siamo non dedichiamo un’ora o due del nostro prezioso tempo ogni settimana per imparare come ci si difende da un’aggressione? Perché non imparare cosa succede quando un uomo ci aggredisce per violentarci, quando un delinquente ci punta un’arma contro per rapinarci o quando un ubriaco fuori controllo cerca per chissà quale assurdo impulso del cervello di prenderci a bottigliate in faccia? Perché non cercare di capire come è possibile evitare di finire in mezzo a queste brutte situazioni, e perché non chiedersi mai “come potrei comportarmi se mi capitasse oggi”? Perché riusciamo sempre a trovare il tempo per smaltire la pancetta o rassodare i glutei, e non riusciamo a dedicare due ore la settimana alla nostra sicurezza personale, e acquisire nozioni che potrebbero un giorno tornarci utili anche per difendere i nostri affetti più cari? Perché bisogna sempre aspettare che una nostra amica venga violentata, o che qualcuno che conosciamo venga malmenato da un rapinatore, per capire che questi episodi possono accadere quotidianamente ad ognuno di noi e non sono il frutto della fantasia dei giornali? Se tutti siamo convinti che Stato e Giustizia non siano più in grado di tutelare i cittadini, perché non rivolgersi a professionisti che lavorano da anni su questo tipo di problematiche per capire com’è possibile tutelarsi da soli, pur nel totale rispetto delle leggi vigenti? Sperando che questi perché siano spunto per una riflessione, BUON ANNO A TUTTI!

L'individuo prima di tutto


Ci siamo abituati nel tempo, ad incolpare dei malfunzionamenti della società nella quale viviamo entità astratte e inesistenti, invece delle persone che dovrebbero farle funzionare. Quante volte sentiamo dire, o diciamo noi stessi, che la sanità non funziona, la giustizia non funziona, la burocrazia non funziona, le poste non funzionano, eccetera, eccetera. Ma la sanità, la giustizia, la burocrazia, le poste (e potrei citarne altre…) soffrono della incompetenza, svogliatezza, disinteresse di alcune persone (non tutte) che vi lavorano e che non pensano abbastanza alle esigenze del cittadino e ai disagi che gli vanno a creare. Non sono l’ospedale o la posta che non funzionano, ma qualcuno che ci lavora dentro! E’ questo il punto, cioè dovremmo ricominciare a mettere il singolo individuo al centro delle situazioni, restituendogli i ruoli, le responsabilità e le colpe che gli competono. Tutti dovremmo rivalutare la nostra importanza nella società, facendo noi per primi ciò che vorremmo che gli altri facessero per noi: più ragioniamo in grande e più ci perdiamo. Conosco persone che periodicamente scendono in piazza per contestare la guerra, e fanno bene, però mi viene da ridere quando penso che loro stessi sono in guerra continua con il vicino di casa per il posto auto nel cortile condominiale o per il volume alto dello stereo! Siamo tutti allarmati e arrabbiati per la grave situazione dell’inquinamento da smog nelle nostre città, però quando piove lasciamo la bicicletta a casa e utilizziamo l’automobile! Se andiamo in piazza con le bandiere della PACE e ogni pretesto è buono per combattere contro le Forze dell’Ordine, contro gli avversari politici o contro i semplici cittadini che cercano solo di proteggere l’automobile o il loro negozio, quale pace stiamo difendendo? Tutti contestiamo il politico tizio o il giornalista caio perché maleducato e arrogante, poi ogni volta che qualcuno sparla del nostro partito, della nostra squadra di calcio, o quando critica le nostre idee e le nostre iniziative ci comportiamo esattamente come fanno loro? Smettiamola di incolpare sempre gli altri dei disastri del mondo e cerchiamo di capire un po’ più noi stessi. Miglioriamo come individui, e miglioreremo anche la nostra società!

Esami e cinture


Le cinture colorate hanno sempre caratterizzato le Arti Marziali orientali rispetto agli altri sport occidentali di combattimento, come il pugilato, la lotta o la scherma e solitamente si ottengono sostenendo un esame di fronte al Maestro o a una commissione di Maestri. Se le cinture colorate danno l’enorme vantaggio che chi dirige la lezione può visivamente individuare il livello degli allievi che ha di fronte, impostando il lavoro di conseguenza, è anche vero che gli esami che servono per ottenerle stanno cominciando a creare problemi. Quando cominciai ad allenarmi, diversi anni fa, sostenere gli esami annuali era una prassi che faceva parte dell’Arte Marziale e che gli allievi accettavano più o meno serenamente. Negli ultimi anni invece, sempre più spesso, chi chiede informazioni sulle discipline che pratico e insegno mi pone la domanda: ma anche da voi ci sono esami per le cinture come nelle altre Arti Marziali? Perché sa, a me ottenere i passaggi di grado non interessa! Diciamo la verità, non è che non interessano i gradi, ma che non si vuole sostenere esami. Essere giudicati da qualcuno più esperto che alla fine decide se promosso o bocciato non piace a chi sceglie di iscriversi in palestra, perché la nostra vita è già un continuo esame, a scuola, all’Università, al lavoro, per la patente dell’auto, e dover affrontare commissioni e sessioni d’esame negli ambienti dove si va solo per divertirsi e allenarsi può essere troppo. Chi si iscrive ai miei corsi ha come obiettivo principale quello di imparare a difendersi e non quello di cambiare il colore della propria cintura, specialmente se i programmi tecnici che vengono richiesti agli esami sono composti da decine di movimenti che non riescono a trovare un’applicazione nelle situazioni reali: quando praticavo Tae Kwon Do ho dedicato tantissime ore ad allenare sequenze di tecniche assurde e inutili, perché mi servivano negli esami poi quando andavo a combattere utilizzavo sempre e soltanto quattro o cinque colpi. Quando ho cominciato a praticare Jeet Kune Do e Kali-Escrima, quelle quattro o cinque tecniche sono venute con me, mentre tutto il resto è stato archiviato nel dimenticatoio in pochissime settimane, e mi sono reso conto che se invece del terzo Dan avessi preso solo il primo sarebbe stata la stessa cosa. Noi siamo importanti, non la cintura che portiamo!

Aprire la mente


Il Jeet Kune Do rappresenta una sintesi delle tecniche più utili ed efficaci per la difesa da strada, e il Kali-Escrima ne è il completamento per ciò che riguarda lo studio delle armi. Da quando insegno queste discipline al Combat Center Bologna, ho notato che praticanti di altre Arti Marziali, a volte anche già molto esperti, si iscrivono alle mie lezioni per poter conoscere o approfondire alcuni aspetti del combattimento che conoscono poco o nulla. Questo mi ha dato lo spunto per riflettere su aspetti delle Arti Marziali che non avevo mai considerato in precedenza e che ho trovato molto interessanti, cioè l’aspetto educativo e il tipo di approccio psicologico a una realtà nuova partendo da una esperienza già acquisita. Le Arti Marziali sono sempre state spacciate per discipline educative, nelle quali il primo obiettivo del praticante deve essere il perfetto autocontrollo delle proprie reazioni emotive, e il non considerare mai il combattimento come la soluzione ma come il primo problema. Nella realtà però ho visto che chi proviene da alcune discipline (non ne farò i nomi) tende a tenere costantemente un atteggiamento molto aggressivo, cercando sempre un confronto fisico che gli dia la conferma che ciò che hanno appreso e praticato sia realmente efficace. Forse i loro Maestri non hanno ancora capito cosa deve significare “aspetto educativo”! E’ interessante vedere come spesso chi possiede già un’esperienza personale si rifiuti di aprire la propria mente a concetti e idee nuove (sempre quelli delle discipline di prima). Ho sentito centinaia di volte domande del tipo “ma perché devo tenere questa guardia se mi sono sempre allenato con una guardia diversa?” oppure “perché devo portare i colpi come mi insegni tu quando mi sono abituato per anni a portarli in maniera differente?” La mia risposta potrebbe essere “perché sprechi il tuo tempo e i tuoi soldi per venire in palestra da me, quando vuoi soltanto continuare a fare quello che hai sempre fatto prima?” C’è sempre un motivo preciso per le cose che insegno, e chi le fa in modo diverso forse ricerca obiettivi diversi: basta capire questo e capire che la nostra mente non ha limiti. Noi siamo in grado di imparare a fare qualsiasi cosa! Basta aprire la mente e volerlo!

L'onestà prima di tutto


Quando si comincia a studiare la difesa da coltello, ci sono cose da imparare subito e che un buon Istruttore deve assolutamente evidenziare all’allievo per non creargli quelle false convinzioni che un giorno o l’altro potrebbero anche arrivare a costargli la vita. Spesso gli allievi (generalmente i meno esperti) osservano come, anche eseguendo alla perfezione la tecnica appena imparata, il rischio di procurarsi dei tagli rimanga altissimo. Questo è vero, e non solo su qualche tecnica, ma su qualsiasi difesa da arma da taglio! Affrontare un coltello convinti di riuscire a non tagliarsi è esattamente come tuffarsi in mare pensando di non bagnarsi, quindi perchè allenarsi se questo è quello che ci aspetta? Se vi trovate in acqua e sapete nuotare, avete qualche possibilità di non annegare e così è anche per il combattimento contro il coltello: sebbene questo discorso possa apparire cruento, sapere in quali parti del corpo è possibile sopportare tagli, anche profondi e dove invece non si deve assolutamente essere colpiti fa la differenza tra la vita e la morte. Per esempio, se vado con il mio braccio a parare l’azione del braccio armato, prevedo la possibilità che il mio avversario ritragga l’arma verso di sé per portarsi in posizione per un nuovo attacco: questo movimento all’indietro mi potrebbe provocare un taglio sul braccio che devo assolutamente evitare di ricevere all’interno del polso perchè andrebbe a recidere tendini e arterie, mentre posso accettarlo sull’esterno dove queste parti fondamentali per la funzionalità dell’arto e per la mia sopravvivenza sono adeguatamente protetti dalle ossa. Ne consegue che ci sono parate corrette da utilizzare e parate sbagliate da evitare! Questo è solo un banale esempio di cosa comporti affrontare queste situazioni nelle quali non si esagera dicendo che un esperto ha il cinquanta per cento di possibilità di vivere contro l’uno su mille di chi, purtroppo, esperto non è: la cosa peggiore però è quando una persona non esperta decide di esserlo, andandosi a inventare difese assurde e irrealizzabili. Chiunque insegni la difesa da coltello ha una grande responsabilità nei confronti dei suoi allievi e deve avere l’onestà di capire se le proprie conoscenze permettono questo tipo di lavoro: se c’è il dubbio, o si è convinti che tutto funzioni sempre, meglio lasciar perdere!

Questo non funzionerà mai...


Una sera, durante una lezione di Jeet Kune Do e Kali-Escrima incentrata sullo studio e sulla applicazione delle leve articolari al polso e al gomito, un allievo arrivato da me solo da qualche settimana, ma che aveva già praticato altre Arti Marziali in altre palestre, disse che era inutile perdere tempo a studiare le leve articolari perché tanto non funzionano mai. Gli feci notare che diverse discipline tipo Aikido e Ju Jitsu strutturano da sempre la gran parte della loro preparazione proprio sulle leve articolari e quindi, o lui considerava coloro che le praticano come un branco di deficienti, o l’aveva davvero sparata troppo grossa. Cercai anche di fargli capire che una persona che sta combattendo, non applica una leva per il semplice gusto di farla, ma perché si è creata una condizione particolare nella quale la leva articolare può rappresentare l’unica soluzione possibile: con la mia esperienza, se afferro il braccio ad un avversario armato di coltello posso cercare senza grossi problemi di disarmarlo, ma se è armato di cutter o siringa non posso intervenire sull’arma in nessun modo, quindi applicare la leva articolare più adatta mi permette di risolvere il problema. Nonostante gli avessi dimostrato che riuscivo ad applicare le leve anche su di lui, che non "collaborava" affatto, non si era convinto, quindi gli chiesi quale poteva essere secondo lui la tecnica perfetta, quella che funziona sempre a prescindere da tutto e mi disse "i pugni a catena" (una sequenza di colpi originaria del Wing Chun e utilizzata anche nel Jeet Kune Do): peccato che quando lo affrontai impugnando uno dei miei bastoni, e gli chiesi se era in grado di eseguirla cambiò subito idea, dicendo che contro un’arma non può funzionare. Questo allievo non solo ha dimostrato che la tecnica universale non esiste, ma ha anche dimostrato di non avere nessuna fiducia in chi gli stava insegnando in quel momento (io) e in un tipo di tecniche utilizzate da secoli e che hanno dimostrato una indiscutibile efficacia milioni di volte e in situazioni di tutti i tipi e ai più alti livelli immaginabili di difficoltà. Evidentemente la sua esperienza presunta era molto superiore a quella reale, così come il suo livello di bravura, oltre a quello della sua intelligenza: dopo quella sera non tornò mai più nella mia palestra, ma sapete cosa penso? Non credo di avere perso un granchè!

Ciò che funziona veramente


Nelle pubblicità di molte associazioni di Arti Marziali capita di leggere frasi del tipo “Noi vi insegniamo solo ciò che funziona sulla strada” ma sarebbe bello riuscire a capire cos’è che funziona o, almeno, cosa intendono dire gli autori di questi proclami propagandistici. Quando nelle Arti Marziali si dice che una tecnica funziona, cosa significa esattamente? Che posso utilizzare quella tecnica contro ogni avversario ed essere sicuro di batterlo? Che le sue dimensioni, la sua stazza fisica, la sua forza, la sua eventuale abilità in qualche arte di combattimento non possono influire in alcun modo sull’esito della mia azione? Che se il mio avversario è sotto l’effetto di droghe, alcool, psicofarmaci o adrenalina o è armato di coltello, bastone o pistola, io sono comunque sicuro di vincere lo scontro? Anni fa praticavo Tae Kwon Do e avevo appreso alcune tecniche di difesa da coltello che ora, che pratico e insegno Kali-Escrima, sono contento di non aver dovuto mai utilizzare. In caso di scontro reale con un malvivente armato di coltello avrei avuto una possibilità su mille di uscirne vivo… forse… e se aiutato da molta fortuna… ma chi me le insegnò era convinto che potessero funzionare: ora che studio Arti Marziali specializzate nell’uso e nella difesa da bastone e coltello mi rendo conto che la mia percentuale di sopravvivenza può essere al massimo al cinquanta per cento, che considero già un buonissimo risultato. Per ogni tecnica deve essere studiata la parte teorica riguardante la corretta esecuzione e le eventuali reazioni di chi la subisce, e bisogna allenarla nel maggior numero di varianti possibili, per non essere colti di sorpresa: questo aumenta la nostra percentuale di vittoria che però non sarà mai sicura al cento per cento perché le variabili sono infinite e perché non è detto che una tecnica ripetuta perfettamente centinaia di volte in palestra ottenga lo stesso risultato in una situazione reale come uno scontro in strada, dove ci si gioca la vita. Che esistano tecniche sbagliate e tecniche corrette è un fatto, e la preparazione di chi le insegna è fondamentale per distinguere le une dalle altre e per far capire agli allievi cosa è giusto e cosa non lo è, ma anche la bravura e la freddezza dell’allievo influisce sul risultato finale e questo vi fa capire che uno slogan pubblicitario non sarà mai garanzia di sicurezza.

Il reato e la pena


Il codice penale prevede che ad ogni reato commesso corrisponde una pena da scontare, la quale può essere amministrativa o restrittiva a seconda della gravità del reato stesso, e su questo punto credo che nessuno, dotato di media intelligenza, abbia nulla da eccepire. Partendo da questo concetto, se consideriamo l’omicidio premeditato e volontario come il reato più grave che si possa commettere in una società civile, di logica, la pena per esso dovrebbe essere la più pesante possibile, tra tutte quelle previste dalle leggi vigenti. Nel nostro Paese non esiste la pena di morte, quindi penso che l’ergastolo o un periodo di anni di reclusione molto, ma molto lungo, potrebbe essere adeguato alla gravità del gesto. Devo però osservare che spesso la disparità di proporzione tra il reato e la pena è tale da rendere difficile, se non addirittura impossibile, la comprensione dei criteri in base ai quali la sentenza sia stata emessa e quale metro di giudizio si utilizzi nelle aule dei tribunali. Stento a credere che l’assassina di Novi Ligure sia stata condannata solo a sedici anni per aver ucciso spietatamente sua madre e il suo fratellino con un centinaio di coltellate! E rinuncio a capire perchè il ragazzo di Parma che ha sparato ai genitori e al fratello e ne ha nascosto i corpi per impossessarsi dell’eredità, potrà uscire dal carcere tra pochi anni! Questi sono i primi due casi che mi vengono in mente ma ce ne sono tanti altri che hanno già creato una serie di precedenti, facendo di fatto saltare il concetto di proporzionalità. Se assassini così drammaticamente spietati possono beneficiare di condanne ridicole, di attenuanti assurde, di permessi premio, tutti i malviventi che campano di spaccio di droga, furti, scippi, sfruttamento della prostituzione, continueranno imperterriti nelle loro attività delinquenziali consapevoli che la legge non li colpirà mai duramente come meriterebbero. Proseguendo per questa strada ci si avvicina sempre più alla totale impunità del crimine, e a rimetterci saranno come sempre i cittadini onesti, quelli che lavorano e pagano le tasse, e che pretendono che lo Stato li tuteli nei diritti fondamentali, primo fra tutti la sicurezza. Cosa succederà quando non saremo più intenzionati a sopportare in silenzio? Cosa succederà quando non ci riconosceremo più nelle istituzioni? Cosa succederà allora?

Finalmente si muovono


E così il governo italiano si è finalmente deciso a varare un decreto legge che autorizza l’espulsione immediata dal Paese di quegli immigrati romeni (comunitari) che si rendano colpevoli di reati particolarmente violenti e sanguinosi: ma come mai si sono decisi ora? Questo provvedimento è stato votato d’urgenza dopo la morte di una donna di 47 anni, aggredita, e uccisa da un criminale romeno la settimana scorsa a Roma: è triste vedere che la decisione è stata presa perché la vittima era la moglie di un alto ufficiale della Marina Militare, e che l’episodio si è verificato nella città sede dei palazzi della nostra politica. Quella stessa politica che non si è mai mossa quando la donna violentata era la figlia di un operaio bolognese o di un artigiano milanese, e che non si è mai preoccupata quando i criminali dell’Europa dell’est e del nord Africa entravano nelle villette di imprenditori e di pensionati seminando il terrore, il sangue e la morte, e spesso per rubare pochi spiccioli. Il vuoto legislativo lasciato da uno Stato assolutamente inutile e assente stava rischiando di accendere la miccia di una situazione esplosiva, perché non si può sempre chiedere ai cittadini di essere buoni e bravi, e di sopportare ogni angheria in nome di una integrazione razziale della quale a molti immigrati arrivati in Italia non frega assolutamente niente. I cittadini italiani sono stanchi di vedere i criminali che rubano e uccidono che vengono regolarmente lasciati liberi dopo l’arresto, oppure condannati a scontare pene ridicole, e le prime spedizioni punitive ai danni di cittadini romeni dopo l’aggressione di Roma sono il segnale che non se ne può più, e che non si è più disposti a tollerare niente e nessuno. I commenti dei politici sono stati rivolti a etichettare queste spedizioni come “squadriste” ma se loro avessero fatto quello che i cittadini gli chiedono da anni, non si sarebbe arrivati a questo punto: la loro incompetenza ha scontentato tutti, dagli italiani che vogliono solo vivere in pace, a quegli immigrati onesti che sono venuti qui per lavorare e per stare bene. Anche stavolta c’è voluto il morto “eccellente” per convincerli a trovare una soluzione e a fare il loro pagatissimo lavoro! Tutti i morti degli ultimi anni non erano ancora bastati!

Sii acqua, amico mio


Molte Arti Marziali hanno preso spunto per le loro tecniche dal modo di combattere degli animali, come la tigre, il serpente, la scimmia, copiandone le posizioni e i movimenti. Direi che il praticante di Jeet Kune Do e Kali-Escrima, si potrebbe paragonare all’acqua. Infatti, non basa il proprio metodo di combattimento su una struttura ben precisa ma ha la capacità di adeguarsi alle varie situazioni che gli si possono presentare, aggirandole oppure travolgendole con violenza inarrestabile, esattamente come l’acqua di un torrente in piena. L’abilità di evitare i colpi schivando lateralmente e uscendo dalla traiettoria dell’attacco ricorda molto da vicino i vortici che aggirano le grosse pietre e le colonne dei ponti, così come gli attacchi diretti portati in sequenza con combinazioni di mani e piedi, rispecchiano l’onda di piena che distrugge ogni ostacolo gli si pari di fronte a impedire la sua avanzata. La mobilità sulle gambe, spostandosi velocemente per schivare e rientrare a colpire, e la scioltezza e rapidità dei movimenti del busto e della testa per evitare i colpi, rendono bene l’idea dell’inafferrabilità del vapore, capace di trasformarsi però in un blocco di durissimo ghiaccio quando si presenta la necessità di parare un attacco, oppure di andare a colpire. La fluidità nei movimenti e la scioltezza con la quale si passa da una tecnica all’altra, per trasformare un’azione difensiva in un contrattacco, è paragonabile allo scorrere dell’acqua in un ruscello, costante e continua, indipendentemente dai dislivelli e dagli ostacoli. La tranquillità e la calma di un grande lago potrebbe poi rappresentare, secondo me, la condizione di colui che ha già trovato una propria dimensione grazie a queste straordinarie discipline marziali, cioè una pace esteriore con gli altri e con se stessi ma, dentro di sé, un continuo tumulto di movimenti e di correnti alla ricerca di una stabilità impossibile e di ciò che, come esseri umani, forse non saremo mai in grado di raggiungere nella nostra vita. Bruce Lee in una famosa intervista televisiva disse: se versi dell’acqua in una bottiglia, l’acqua diventa la bottiglia… se versi dell’acqua in una tazza, l’acqua diventa la tazza… l’acqua è inconsistente… non può essere afferrata e non può essere colpita… ma è capace di travolgere ogni cosa con violenza terribile… be water my friend… (sii acqua amico mio)

L'importanza delle protezioni


Nella storia delle Arti Marziali moderne, Bruce Lee rappresenta sicuramente il distacco da tutti quegli stereotipi che le caratterizzavano fin dall’inizio della loro storia: allenarsi con i pesi, curare la propria dieta alimentare finalizzandola all’allenamento, insegnare a persone che non erano di origine orientale, criticare Maestri famosi accusandoli di insegnare stili senza senso, erano cose che nessun praticante di Arti Marziali aveva mai fatto prima. Tutto questo al giorno d’oggi non stupisce più di tanto, visto che succede regolarmente, ma negli anni 60 / 70 rappresentò una vera e propria rivoluzione per tutto l’ambiente. Bruce Lee fu anche tra i primi ad introdurre stabilmente nel suo programma il lavoro con le protezioni e con cuscini che dovevano fungere da colpitori: teniamo sempre presente che all’epoca, discipline come la Boxe Tailandese erano praticamente sconosciute e che il pugilato occidentale era forse l’unico sport di combattimento dove si usavano i guantoni. L’utilizzo dei colpitori permetteva di portare tutti i colpi alla massima potenza, curando così anche la giusta angolazione e la distanza corretta dal bersaglio per poter colpire. Le protezioni non erano certo sofisticate come quelle acquistabili oggi in tutti i negozi, ma bisognava arrangiarsi con ciò che si trovava, che derivava direttamente dall’hockey e dal football americano, niente di eccezionale ma che poteva di sicuro adattarsi allo scopo. Questo permise di trasformare il combattimento, fino ad allora sempre a contatto leggero, in una situazione di scontro quasi reale, dove le tecniche possono essere portate con forza come se si fosse sulla strada, senza preoccuparsi di far male al compagno di allenamento. Potendo evitare di farsi male, si riesce a colpire in tranquillità, eseguendo anche centinaia di ripetizioni dello stesso movimento, tirando sempre a bersaglio alla massima potenza. Questo garantisce l’incolumità degli allievi che il giorno dopo dovranno recarsi al proprio posto di lavoro e non vogliono doverlo fare con un occhio nero o con un dito slogato. So che in alcuni metodi di Difesa Personale si lavora senza protezioni e gli allievi, spesso, si fanno male: ricordatevi che farsi male in allenamento non aiuta l’uomo ad abituarsi al dolore e ad essere più uomo, ma è solo un modo come un altro per non migliorarsi mai!

Il significato delle parole


Se chiedessi agli italiani se sarebbero contenti di vedere le propria sorella sposarsi ad un extracomunitario, il 95% direbbe di no: non è razzismo, ma non è nemmeno ipocrisia. Noi ci siamo abituati ad associare il termine extracomunitario al tunisino o al magrebino che vive spacciando droga, sfruttando le prostitute, rapinando, derubando o uccidendo, ma se ci pensiamo un momento, George Clooney, Tom Cruise, Mel Gibson, il mega petroliere russo, il bagnino australiano alto due metri biondo, bellissimo e con gli occhi azzurri, sono tutti extracomunitari in quanto originari di Paesi non facenti parte della Comunità Europea. Forse, se valutassimo la domanda in questi termini, il 95% di no calerebbe drasticamente. Se chiedessi agli italiani se normalmente vanno in giro armati, il 95% risponderebbe di no: non è sbagliato del tutto, ma è solo una risposta dettata da ingenua inconsapevolezza. Quando pensiamo ad una arma, ci vengono in mente le pistole e i coltelli, ma questo solo per il fatto che quasi tutti gli omicidi vengono commessi con questi due tipi di strumenti. Gli Istruttori di Corpi Speciali Militari insegnano: one mind, one tool, many utilizations, che tradotto significa, un cervello, uno strumento, molti modi di utilizzare lo strumento. Potremmo usare l’automobile per schiacciare una persona contro un muro, un cacciavite per pugnalarla, o la tracolla della borsa per strangolarla, o un badile per romperle la testa, ma nonostante questi “strumenti” siano a portata di mano non li riconosciamo come armi. Ogni volta che pensiamo alle restrizioni esistenti per la vendita al pubblico delle armi, o alle leggi che ne regolamentano il possesso, il porto e il trasporto, dovremmo pensare pure che se ci ubriachiamo e ci mettiamo alla guida dell’auto siamo già in grado di uccidere. Magari pensare anche che il pitbull o il rottwailer che portiamo in giro senza museruola, perché “tanto è un cane buono”, può provocare danni ad una persona molto più gravi di quanto non gli potremmo mai causare con un coltello: one mind, un cervello, che tutti noi abbiamo e che dovremmo usare, perché in realtà siamo noi stessi l’arma più mortale.

E brava Marion


La velocista americana Marion Jones ha ammesso di aver fatto uso di sostanze proibite contenenti steroidi anabolizzanti durante la preparazione delle Olimpiadi di Sidney 2000 nelle quali conquistò cinque medaglie, delle quali tre d’oro (100, 200, staffetta 4 x 400). La confessione pubblica, di fronte alle telecamere, avvenuta tra le lacrime di pentimento e seguita dall’annuncio del suo ritiro da ogni attività agonistica, è stata oltremodo patetica. Lascio per sempre l’atletica, che ho amato così profondamente, ma confesso che è stata tutta colpa mia, ha detto piangendo; chissà se ha pianto anche la ragazza americana che, nonostante sacrifici e duri allenamenti si è dovuta accontentare di guardare le Olimpiadi di Sidney in TV, proprio per lasciare il suo posto in squadra alla Jones, e chissà quanto sarà felice la seconda classificata di quelle gare, di ricevere la sua medaglia d’oro tramite posta, senza potersi godere la cerimonia di premiazione, l’inno nazionale e le foto sui giornali. Forse però, la Jones non piangeva pensando a queste persone (magari erano sue amiche), ma pensando al fatto che per tutti questi anni sapeva perfettamente di aver mentito, prima di tutto a se stessa: sapeva di aver rubato quelle medaglie, e vederle per questi sette anni incorniciate nel salotto di casa non è stato sufficiente a farsele sentire legittimamente sue. D’altronde, succede sempre così, quando si usano queste sostanze nello sport: un’atleta non potrà mai sapere quanto sia merito della sua volontà e impegno, e quanto dei farmaci. Chiunque pratica sport inseguendo risultati, lo fa per prima cosa per migliorare se stesso, poi se questo può permettere di battere gli altri nelle competizioni agonistiche, ben venga. Correre un decimo di secondo più veloce, saltare un centimetro in più, sollevare un chilo in più con il proprio bilancere, deve essere solo ed esclusivamente il frutto della fatica e della sofferenza, perché questo è il significato della vita di ogni atleta: faticare e soffrire. Allora, e soltanto allora, ci si può godere appieno i propri risultati e le proprie medaglie. Piuttosto che praticare sport così, sarebbe meglio giocare con la playstation: almeno non ci si vergognerebbe a guardarsi allo specchio… come Marion Jones in questi sette anni!

Combatti il tuo ego


Alcuni anni fa, in palestra, mi capitò una cosa che non mi era mai successa in precedenza e che pensavo non succedesse più da qualche decina di anni: fui sfidato a combattere! Un ragazzo che si allenava in sala pesi (non italiano, quindi non parlava la nostra lingua), mandò la sua ragazza da me dopo la fine della mia lezione di Jeet Kune Do e Kali-Escrima facendomi dire che aveva osservato come mi muovevo e che era convintissimo di potermi sconfiggere in combattimento senza troppa fatica, e che gli avrebbe fatto piacere provare. Risposi alla ragazza che se il suo fidanzato era così convinto di questo non era necessario combattere per verificare se era vero oppure no e che, per ciò che mi riguardava, lo avrei incluso nel lunghissimo elenco delle persone in grado di battermi e che comprende già tutti i miei Maestri, tanti Maestri di altre discipline marziali, tanti campioni di svariati sport di combattimento, tanti Istruttori al mio stesso livello con qualche dote fisica in più, eccetera. Il fatto che volesse provare mi fa pensare però che non fosse poi così convinto di vincere, quindi lui era il primo (e unico) a desiderare una prova, una verifica reale, sul campo. Non so cosa praticasse perché non l’ho visto in azione, ma credo che a lui, vedendo me, possano essere sorti dubbi tali sulle sue reali capacità o sull’efficacia di ciò che conosceva da spingerlo a cercare il confronto fisico, confronto che però a me non interessava affatto. Forse era molto importante per lui soddisfare il suo ego eliminando questo tipo di dubbi, ma non era assolutamente importante per me combattere per dimostrargli che si sbagliava! Le nostre priorità e le nostre motivazioni erano troppo diverse: è vero quando dico che tantissime persone potrebbero essere in grado di sconfiggermi, ma non so quante di queste potrebbero farcela davvero se mettessero a rischio la mia vita o quella dei miei familiari. Non ho mai praticato Arti Marziali per dimostrare a qualcuno (e a me stesso) di essere più forte degli altri, e non ho mai accettato di combattere fuori da una competizione sportiva. So benissimo che se un giorno molto sfortunato, dovesse capitarmi di combattere sarà sul serio, fino alla fine, perché la situazione è gravissima e non evitabile in alcun modo: quel giorno non si tratterà di combattere per il mio ego, ma per potere tornare a casa vivo!

Un pugno è solo un pugno


Bruce Lee disse: prima di affrontare lo studio di quest’arte, per me un pugno era solo un pugno e un calcio solo un calcio, poi, quando cominciai a praticare mi accorsi che in realtà un pugno è molto più di un semplice pugno e un calcio è molto più di un semplice calcio. Ora che conosco quest’arte so che un pugno è solo un pugno e un calcio è solo un calcio. Queste semplici parole racchiudono tutto il concetto dell’apprendimento umano, e non per ciò che riguarda solamente le Arti Marziali, ma per tutto nella vita di una persona. La mancanza di conoscenza ci porta a considerare tante azioni come semplici o banali, in modo particolare se osserviamo qualcuno già esperto che le esegue con la naturalezza e la semplicità derivanti da un lungo periodo di pratica, e questo ci porta a sottovalutare tutte le difficoltà che queste azioni ci nascondono e che possono compromettere il risultato finale. Nel caso specifico, un pugno è solo un pugno e chiunque è in grado di eseguirlo, ma se si tratta di portarlo con la velocità, la precisione, la potenza, la scelta di tempo, l’equilibrio tali da permetterci di mettere fuori combattimento un aggressore grande il doppio di noi, quante persone ne potrebbero essere capaci ? E il polso è nella posizione giusta per non fratturarsi al momento dell’impatto? E se il pugno va a vuoto, si riuscirà a recuperare il giusto equilibrio e la copertura sufficiente per non subire i colpi del nostro avversario ? Iniziando a praticare ci si accorge che niente è facile come sembrava dall’esterno ma, al contrario, tutto sembra terribilmente più complicato di come ce lo eravamo immaginato, e questo è per la differenza che esiste tra fare una cosa, e farla fatta bene. Superata la fase dell’apprendimento e acquisita la padronanza del movimento, saremo in grado di eseguirla d’istinto quindi, come diceva Bruce Lee, un pugno sarà solo un pugno. Se ci pensate è stato così per tutto nella nostra vita, dall’allacciarci le scarpe a preparare il caffè, dal guidare l’automobile all’utilizzare il computer, fino al nostro lavoro quotidiano. Passiamo continuamente dall’ingenuità di chi non conosce, alla presa di coscienza di chi ha raggiunto la propria abilità, attraverso la ricerca continua di nuove esperienze che siano capaci di renderci migliori, nelle Arti Marziali come nella vita di tutti i giorni.

La regola del perchè


Recentemente, durante un Corso Istruttori di Body Building, un docente ci ha illustrato la cosiddetta “Regola del perchè”, cioè si raccomandava che, ogni volta che qualcuno in sala pesi viene a darci consigli o correggerci l’esercizio, di chiedergli semplicemente Perchè? Questa parolina, è in grado di mettere in crisi chiunque parli senza cognizione di causa, chiunque parli per sentito dire, chiunque parli perchè “lui ha sempre fatto così”, chiunque non sappia esattamente che cosa vi sta dicendo; se c’è un motivo valido per correggere il vostro esercizio, fatevelo spiegare bene, rifletteteci sopra, poi decidete se modificarlo o no. Anche nelle Arti Marziali dovrebbe funzionare così, perchè capire bene per quale motivo si esegue un determinato movimento porta l’allievo a eliminare i possibili errori durante la sua esecuzione e ad allenarsi con maggiore determinazione, sicuro di ciò che sta facendo. Nel panorama attuale delle Arti Marziali, esiste molta improvvisazione e molta creatività da parte di Istruttori e Maestri, anche bravi e qualificati, che però decidono di affrontare argomenti che non conoscono, come la Difesa da coltello o la Difesa Personale Femminile. Per poter fare tutto è necessario avere studiato tutto, e non basta portare una cintura nera. Un grande combattente da ring, non ne sa nulla di Difesa Personale Femminile, e andare a raccontare in giro che saper tirare calci e pugni è sufficiente per sapersi difendere è una cazzata (scusate il termine ma non ne trovo uno migliore) assolutamente clamorosa, perchè non si tiene conto della parte psicologica, della paura, delle condizioni ambientali eccetera. Chi ha trascorso anni a eseguire kata e a combattere su un quadrato, non ne sa nulla di ciò che può accadere affrontando un coltello, e andare ad interpretare le tecniche viste su un dvd oppure su internet aiuta soltanto gli allievi a rischiare la propria vita quando non serve. Quando vi viene illustrata una tecnica nuova non abbiate paura a chiedere i vostri perchè, e sappiate che il bravo Istruttore sarà felice di rispondervi sempre e senza problemi: i bei tempi dei grandi Maestri che liquidavano l’allievo curioso dicendo che “non è necessario che tu sappia ora, ma capirai quando sarà il momento” grazie al cielo sono finiti da tempo.

Pronti a ripartire


Come sempre, con l’inizio di settembre sono ripresi i corsi del Combat Center Bologna. Per quello che riguarda Bologna città, ci troverete sempre alla nostra sede storica presso i locali della palestra MITHOS in via Emilia Levante 17 di fianco al Pontevecchio (telefono 051-544140) tutti i martedì e venerdì con gli stessi orari: dalle ore 20 alle 21 l’Autodifesa Femminile per sole donne e dalle ore 21 alle 22,15 Jeet Kune Do e Kali-Escrima per tutti. Le novità più rilevanti riguardano senza dubbio la palestra TR-CLUB in località Prunaro di Budrio in via Mori 6 (telefono 051-808574), con l’apertura di due corsi monotematici dedicati esclusivamente alla Difesa da Coltello e al Jun Fan Kick Boxing: nel primo si tratterà nello specifico il maneggio del coltello e la difesa a mani nude contro coltello. Nel secondo si lavorerà molto più sul piano fisico, trattandosi di pugni, calci, gomitate e ginocchiate, portate sugli appositi colpitori, che a metà degli anni sessanta diedero il via a tutto quel movimento che avrebbe poi creato la Kick Boxing come la conosciamo oggi. La collocazione oraria di questi nuovi corsi (coltello lunedì dalle 20,30 alle 21,30, kick giovedì dalle 20,30 alle 21,30), inseriti tra l’Autodifesa Femminile (tutti i lunedì e giovedì dalle 19,30 alle 20,30), e il Jeet Kune Do e Kali-Escrima (tutti i lunedì e giovedì dalle 21,30 alle 22,30), permette alle ragazze di approfondire il lavoro contro le armi da taglio che iniziamo già nell’Autodifesa, e di fare un pò di fitness intenso con la Kick Boxing. Per coloro che praticano Jeet Kune Do e Kali-Escrima, rappresentano la possibilità di specializzarsi su due argomenti che già fanno parte del nostro programma di lavoro, e che rappresentano forse la base principale per una buona preparazione nella difesa personale. Altra novità è rappresentata dai nuovi corsi di Autodifesa Femminile presso la palestra Zona Fitness a Villanova di Castenaso in via Matteotti 2 (telefono 051-6053281), tutti i mercoledì dalle 19,30 alle 20,30 e tutti i sabati dalle 12 alle 13, ai quali si aggiungeranno altri corsi nel primo pomeriggio, tutti i martedì e tutti i giovedì dalle 14,30 alle 15,30. Il Jeet Kune Do, il Kali-Escrima e l’Autodifesa Femminile rappresentano un modo per imparare a difendersi e vincere le nostre paure quotidiane... per poter vivere meglio con noi stessi e con gli altri!

Ricrodando una leggenda


Il 20 luglio 1973 moriva a Hong Kong, all’età di soli 32 anni, il leggendario Bruce Lee. Straordinario praticante di Arti Marziali e conoscitore di molti metodi di combattimento, sia orientali che occidentali, divenne notissimo al grande pubblico grazie ai suoi film, nei quali incarnava l’immagine del super eroe pronto a ribellarsi alle ingiustizie e ai soprusi. Non che fosse un’idea nuova, perchè i giustizieri del far west esistevano da sempre, così come (anche se soltanto nei fumetti e non ancora nei film) esistevano molti super eroi tipo Superman, i Fantastici Quattro, Spiderman; come mai allora questo sconosciuto ragazzo cinese è riuscito a lasciare un’impronta così indelebile nella storia del cinema d’azione? Probabilmente perchè non possedeva poteri extraterrestri e non si faceva giustizia usando una Colt calibro 45, ma solo con la forza dei suoi pugni e con la velocità dei suoi calci. La sua capacità tecnica, e la semplicità e la velocità dei suoi movimenti erano tali, da far credere a chiunque che con un adeguato allenamento si potesse arrivare ad essere come lui, perchè è bene ricordare che negli anni settanta non esistevano gli effetti speciali di adesso. L’idea di essere imbattibili grazie alla propria abilità fisica, spinse una quantità enorme di persone a frequentare i corsi di Arti Marziali (non importava di quale arte si trattasse), e a tutt’oggi ci sono ancora in piena attività molti validissimi Maestri che si avvicinarono alle sconosciute arti di combattimento orientali proprio dopo aver visto un film di Bruce Lee. Ma cosa ci ha lasciato, dopo una morte improvvisa, imprevista e ancora piena di misteri? Sicuramente i suoi cinque film dei quali l’ultimo (I tre dell’Operazione Drago) un vero e proprio capolavoro di questo genere, usato come pietra di paragone fino ai giorni nostri. Bruce Lee ci ha lasciato anche il suo Jeet Kune Do, la sua creatura, che rappresentava la sintesi di tutto il suo lavoro e di tutto ciò che nel mondo si intendeva per difesa personale, rivoluzionando in un colpo solo principi e strutture di allenamento consolidate da secoli. Ci ha lasciato anche l’esempio di come un individuo ce la può fare solo grazie a se stesso, combattendo anche contro il razzismo che relegava i cinesi a ruoli cinematografici ridicoli. Per questo tutti si ricordano ancora di Bruce Lee. Per questo è diventato una leggenda!

Saper fare e saper insegnare


Avete mai notato che nel mondo dello sport chi è stato un campione ad altissimi livelli è poi difficilmente riuscito ad ottenere buoni risultati come allenatore, mentre atleti normali o addirittura mediocri hanno guidato le loro squadre a trionfi in competizioni mondiali? Il grande campione è sempre dotato di un talento personale enorme che gli consente di primeggiare, e non riesce a trasmettere la propria conoscenza a chi non possiede il suo stesso talento perchè quello che a lui riusciva naturale, forse agli altri non riuscirà mai. Al contrario, chi non è in possesso di questo talento naturale e per ottenere grandi risultati ha dovuto sopperire con il lavoro costante, con programmi di allenamento accurati e ben programmati nel tempo, riesce con maggiore facilità a tirare fuori il meglio dagli atleti che si trovano ad allenarsi con lui, perchè lui stesso ha dovuto superare le medesime difficoltà. E’ chiaro che ci sono le eccezioni, ma è chiaro anche che un palmares di risultati sportivi impressionante non ci garantisce che ci troviamo di fronte ad un valido insegnante. Se, per esempio, siete interessati ad un corso di Arti Marziali e vi recate in una palestra dove vi accorgete che il Maestro possiede un’abilità straordinaria, mentre tutti i suoi allievi sono di livello assolutamente molto scarso, non vi ponete nessuna domanda al riguardo? E se invece l’abilità del Maestro non è immediatamente percepibile, ma quella dei suoi allievi è molto evidente, perchè sono precisi nei movimenti, sciolti e veloci nell’eseguirli, lavorano tutti dal principiante al più esperto con la stessa intensità e collaborano tra di loro per correggersi a vicenda e migliorare insieme, non vi ponete ancora nessuna domanda? L’abilità di un buon Maestro non sta solo nella capacità di insegnare le tecniche e vedere i difetti da eliminare, ma anche nel creare all’interno della palestra un clima nel quale gli allievi provino piacere ad allenarsi e che sia la giusta miscela tra disciplina e divertimento. Quando in una palestra c’è un ambiente teso e nervoso, è sicuramente colpa del Maestro, così come quando è piena di sbruffoni e provocatori, è sempre colpa di chi vi insegna. Trasmettere la propria conoscenza ad altri è molto più impegnativo di quel che si possa immaginare, e aver vinto tanti tornei e campionati vari potrebbe non essere sufficiente.

Il dono della paura


Fin da bambini la paura ci viene descritta come una sensazione fortemente negativa. Quante volte i nostri genitori e i nostri insegnanti ci hanno detto che non dovevamo avere paura di una certa situazione, o che dovevamo imparare a combattere le nostre paure? Questo non è del tutto sbagliato, perchè la paura può pesantemente condizionare la nostra esistenza: proviamo a pensare alle più note fobie, ai ragni, al buio, all’ascensore, ai luoghi chiusi, dalla paura di volare a quella di parlare di fronte al pubblico e possiamo così capire perchè riuscire a sconfiggere ciò che ci crea ostacolo psicologico può farci vivere meglio. La paura però è una delle nostre emozioni, forse una tra le più istintive e radicate in noi. Tutti gli esseri viventi possono provare paura in una situazione che non sono in grado di riconoscere, o se pensano che le loro abilità e la loro esperienza non siano sufficienti per affrontarla: un grosso cane inferocito può fare paura a chiunque, ma lo stesso cane correrà a rintanarsi nella propria cuccia terrorizzato da un banale temporale con tuoni e fulmini. Se paragoniamo i seimila morti l’anno in Italia in incidenti stradali alle poche decine di qualche incidente aereo, come mai tante persone che guidano ogni giorno la propria auto affrontando il traffico cittadino senza nessun problema, hanno il terrore di volare? In aereo siamo in un mondo a noi sconosciuto e affidiamo la nostra vita a tecnici e piloti sui quali non abbiamo nessun controllo, mentre l’auto è nostra e la guidiamo noi, e questo ci crea l’illusione di poter gestire ogni possibile imprevisto sempre nel migliore dei modi. Noi possiamo però cercare di vedere la paura in maniera positiva: ho conosciuto piloti di motociclismo e automobilismo, subacquei, paracadutisti, deltaplanisti e piloti di pattuglie aeree acrobatiche, e mi hanno detto tutti che avere un poco di paura serve a ricordarti che sei vivo e che sei un essere umano, e come tale hai limiti che non dovresti mai superare. Cercare di andare oltre questi limiti deve essere una scelta personale da valutare con la massima attenzione e non deve considerarsi una spavalda esibizione di coraggio, poichè il disastro irreparabile potrebbe essere in agguato dietro l’angolo e colpire all’improvviso. La paura è un dono molto prezioso, anche se noi continueremo comunque a combatterla!

Tradizione ed etica morale


Qualche tempo fa, su una importante rivista di arti marziali, un Maestro rispondeva a una lettera riguardante la difesa da coltello dicendo: “ Io insegno spada giapponese e non do mai istruzioni di lame corte, che ritengo poco etiche e tipiche di culture sottosviluppate! Nella Repubblica Veneta, chi uccideva con il coltello veniva punito con l’impiccagione.” Da un certo punto di vista sono d’accordo, ma il problema è che se valutiamo la realtà dei giorni nostri, nessun criminale gira in strada portando con sè una spada giapponese, mentre basta leggere le cronache dei giornali per rendersi conto che tutti sono armati di coltello. Nel Kali-Escrima si ragiona al contrario, imparando prima a combattere con il coltello, e poi a lavorare in fase difensiva, perchè se non so quale tipo di movimenti può eseguire un combattente di coltello, non sarò mai in grado di difendermi e di riportare a casa la pelle. Questo perchè durante l’allenamento si avrà la possibilità di provare le difese contro quei compagni di palestra già abili nell’uso dell’arma, quindi capaci di creare quelle difficoltà che la maggior parte dei praticanti di Arti Marziali non sarebbe mai in grado di affrontare. A volte si obietta che sarà difficile trovarsi di fronte in strada un combattente di coltello. E’ anche vero che, se per sfortuna dovesse succedere, la difficoltà della situazione e la impreparazione a riconoscerla ed affrontarla potrebbe sicuramente costare la vita! A questo punto bisogna soffermarsi sul discorso etico, cioè fino a che punto sia giusto insegnare ai propri allievi a combattere con il coltello: avete mai visto le pubblicità dei corsi di guida veloce che alcune case automobilistiche e motociclistiche organizzano sui circuiti di tutt’Italia? E’ etico secondo voi insegnare alle persone ad andare alla più alta velocità possibile, in auto o in moto, con i morti che ci sono ogni anno sulle strade? E’ etico perchè fuori dalle piste e dalle palestre ci sono leggi dello Stato che impongono di rispettare limiti di velocità così come vietano di andare in giro con il coltello in tasca. Ciò che si impara deve servire solamente per la propria sicurezza e non deve farci sentire mai autorizzati a comportarci da criminali, specialmente a discapito della sicurezza altrui.

2a esibizione a budrio


Giovedì 21 giugno, alle ore 21, il Combat Center Bologna sarà ospite degli amici della Boxe Budrio durante la loro manifestazione, nell’ambito della Festa dell’Unità di Budrio. Il loro gentile invito ci offrirà l’occasione di presentare sia il Jeet Kune Do di Bruce Lee, sia il Kali-Escrima filippino, in maniera completa e in tutti i loro molteplici aspetti. Cercheremo di mettere in risalto la versatilità e la completezza tecnica del Jeet Kune Do mostrando il lavoro sui colpitori, che utilizziamo per affinare la precisione dei vari colpi di braccia e gambe e per riuscire a scaricare tutta la potenza che si ottiene ruotando il corpo. Le tecniche di Trapping provenienti dal Wing Chun e le leve articolari saranno presentate in una sezione dell’esibizione a loro riservata e dedicata al combattimento a corta distanza. Particolarmente spettacolare e coinvolgente sarà la parte dedicata al lavoro con i bastoni corti di rattan tipici del Kali-Escrima, durante la quale si passerà dal combattimento con i doppi bastoni alle tecniche di bastone singolo attraverso scambi di colpi a lunga e a corta distanza, interrotti solo dall’applicazione delle leve articolari e dei diversi tipi di disarmi. Ciò che però farà più riflettere i praticanti di altre Arti Marziali che saranno eventualmente presenti tra il pubblico (e noi speriamo che siano molto numerosi), sarà la sezione dedicata alle tecniche di coltello nelle versioni coltello contro coltello e mani nude contro coltello: ci si potrà rendere conto di quale tipo di fluidità di movimento possiede un combattente esperto nell’uso del coltello e di come la maggior parte delle difese che vengono tuttora insegnate nelle scuole tradizionali sia assolutamente inapplicabile in una situazione reale. Novità assoluta, per ciò che ci riguarda, la dimostrazione di come una ragazza può essere in grado di reagire e difendersi con efficacia contro un aggressore violento e determinato. I nostri corsi di Autodifesa Femminile (lunedì e giovedì alle ore 19,30 alle 20,30), di Jun Fan Kick Boxing (giovedì dalle 20,30 alle 21,30), di Difesa da coltello (lunedì dalle 20,30 alle 21,30) e di Jeet Kune Do e Kali-Escrima (lunedì e giovedì dalle ore 21,30 alle 22,30), riprenderanno a settembre, dopo la pausa estiva, presso la palestra TR-club a Prunaro di Budrio in via Mori 6 (051-808574 / info@trclub.it). Vi aspettiamo numerosi!

Tenetevelo per voi


Il primo consiglio che viene dato alle ragazze che partecipano ai miei corsi di Autodifesa Femminile, è quello di non provare MAI a casa le tecniche che impareranno nelle lezioni. La prima cosa che fa di solito una ragazza che impara una qualsiasi tecnica di Autodifesa è infatti quella di correre a casa a provare con il fidanzato o con il marito se funziona o no. Se valutiamo questa situazione sotto il profilo psicologico, ci si rende conto di quanto gli uomini siano stupidi, perchè di fronte a una richiesta del genere da parte della compagna, il primo atteggiamento sarà sempre di totale competizione, nel senso che se tu hai imparato una tecnica, io ti dimostrerò che con me non funziona, perchè sono troppo più forte di te. Sul piano pratico, la ragazza non può sfruttare l’effetto sorpresa, perchè il fidanzato già si aspetta una sua reazione, quindi il suo atteggiamento non sarà realistico ma sulla difensiva. Oltre a questo, la ragazza non può certo utilizzare quelle azioni diversive che precedono ogni tipo di azione difensiva (calci al ginocchio, ginocchiate ai genitali, gomitate o colpi di mano al viso e agli occhi), che sono fondamentali per distrarre l’aggressore prima di agire. Una mia allieva, diversi anni fa, cercò di mostrare al fidanzato come poteva uscire da una presa al polso e, visto che lui faceva l’impossibile per tenere e dimostrarle che la sua forza era superiore, lei gli tirò un calcio sul ginocchio che lo fece crollare disteso sul pavimento, con un dolore terribile e la paura che si fossero lesionati i legamenti o rotta l’articolazione. Un’altra mia allieva invece, venne aggredita dall’ex fidanzato che, dopo aver litigato con lei molto violentemente cercò di colpirla con uno schiaffo: lei bloccò lo schiaffo e lo colpì al naso con il palmo della mano, continuando l’azione colpendo ancora, e ancora, fino ad arrivare a scaraventarlo fuori di casa, per poi chiamare i Carabinieri per sporgere denuncia. Lui non sapeva che la sua ragazza partecipava a un corso di Autodifesa, e non aveva idea di cosa la sua ragazza poteva essere in grado di fare: considerate sempre che i fidanzati e i mariti sono buoni e gentili finchè non diventano ex, dopodichè non ci sono più garanzie. Ogni volta che sentite di una donna uccisa dall’ex marito o dall’ex fidanzato pensateci.

Il potere dei mass media


Nell’era in cui viviamo, i mezzi di informazione rappresentano una parte importante, ed è grazie a loro se possiamo sapere ciò che succede nel mondo praticamente in tempo reale. I mass media però possiedono un potere enorme, cioè quello di dare le notizie nel modo che ritengono più opportuno, e troppo spesso succede che queste non corrispondano alla realtà dei fatti accaduti: basta leggere gli articoli riguardanti il medesimo episodio su tre giornali diversi, o guardare i servizi di tre telegiornali differenti per capire cosa intendo. Oltre a questo, i giornali e le televisioni hanno l’enorme potere di decidere quali notizie dare al pubblico e con che priorità, e questo può amplificare enormemente una situazione. Pensate a quando precipita un grosso aereo passeggeri, per qualche mese, ogni giorno, ci sarà sempre una notizia su un problema ad un aeroporto, su un incidente ad un elicottero, su un aereo che ha avuto un guasto, su un caccia militare caduto chissà dove, e via così. In questo periodo l’argomento principe riguarda gli incidenti sul lavoro, dove ogni giorno abbiamo notizia dell’operaio morto in cantiere, o del camionista schiacciato in autostrada. Incidenti aerei e morti sul lavoro ci sono sempre, tutti i giorni, ovunque nel mondo, ma se i mass media non ce lo fanno sapere, noi abbiamo la sensazione che il problema non esista. Una cosa simile accadde a Bologna l’estate scorsa, dove non trascorreva un giorno senza sentire la notizia dell’aggressione a una donna, mentre le autorità si ostinavano a sostenere che non c’era nessuna situazione di emergenza: dal loro punto di vista avevano ragione, e semplicemente perchè la situazione è sempre così grave (quindi è emergenza, eccome…). La priorità che i mezzi d’informazione diedero allora al fenomeno, ne amplificò talmente la gravità, che tutti i cittadini ne presero coscienza e si sensibilizzarono su questo, parlando con le istituzioni, organizzando proteste, iscrivendosi ai corsi di Autodifesa Femminile. Le statistiche ci dicono che aggressioni e violenze sulle donne sono in costante aumento, ma ora che i mass media parlano solo degli incidenti sul lavoro, abbiamo la sensazione che il problema sia superato: non è così, e non possiamo mai abbassare la guardia. MAI!

Donne di destra e di sinistra


Una studentessa universitaria di nome Giulia Sarchese ha organizzato a Bologna per il 29 maggio una manifestazione contro la violenza alle donne che è diventata negli ultimi tempi una vera e propria piaga sociale, che ci riguarda tutti in prima persona e in maniera diretta. Un’iniziativa spontanea, che mira a unire le donne in una protesta sacrosanta contro una situazione che non è più umanamente sostenibile ma, (e c’è un ma!) questa ragazza è una sostenitrice di Forza Italia, e questo ha sollevato in città un polverone inimmaginabile. Insegno Arti Marziali e non mi interesso di politica, ma non vi nascondo che questo tipo di mentalità mi fa veramente schifo! Mi fa schifo il fatto che tutto in Italia debba essere strumentalizzato da uno o dall’altro! Mi fa schifo il fatto che non si riesca ad affrontare un problema come questo passando sopra la vecchia logica dei partiti! Mi fa schifo che ogni iniziativa venga valutata solo dal fatto che chi la propone sia di destra o di sinistra! Mi fa schifo che invece di unire le forze per trovare una soluzione si continui a litigare su concetti astratti mentre criminali e stupratori continuano ad agire liberi nelle nostre strade! E mi fa schifo ancora di più, se possibile, che proprio le donne abbiano innescato queste polemiche, proprio le possibili vittime, proprio coloro che dovrebbero formare un fronte unico, proprio coloro che evidentemente non hanno ancora capito che una donna violentata è soltanto una donna violentata, e non cambia niente che sia di destra o che sia di sinistra! Ma tant’è… questa è l’Italia di oggi, e fin che continueremo a rimanere divisi in questo modo le strade si riempiranno di gente che se ne infischierà di ogni regola e di ogni legge. Non so se queste manifestazioni possono servire o no, perchè non so quanto interessi ad uno stupratore o ad un uomo che picchia sempre la moglie, vedere tanta gente in piazza. Insegno Arti Marziali e non mi interesso di politica, ma nei miei corsi di Autodifesa vedo donne di destra e donne di sinistra che si allenano insieme, con lo stesso impegno e con la stessa grinta, con l’unico obiettivo di rendere ad un aggressore la vita più dura possibile. E nessuna di loro si è preoccupata di chiedermi per chi voto, prima di iscriversi al corso!

La vita e la morte


Vita e morte rappresentano due concetti ben precisi per tutti gli esseri umani, tuttavia se proviamo a chiederci quanto vale una vita e cosa comporta una morte ci rendiamo conto che la nostra risposta sarà inevitabilmente influenzata dalla nostra cultura, dalla religione, dal tipo di educazione che abbiamo ricevuto o dal ceto sociale cui apparteniamo. Il valore che diamo alla vita viene pesantemente condizionato da ciò che siamo, da chi o da cosa rappresentiamo, dal nostro ruolo nella società, o da quanto siamo ricchi o poveri. Se poi proviamo a chiederci quanto vale per noi la vita degli altri, ci rendiamo conto che, nonostante alla vita umana si attribuisca un valore assoluto, quella di una persona cara avrà per noi un’importanza molto maggiore rispetto a quella di uno sconosciuto qualunque. Un famoso giornalista scrisse che “preferiva essere ucciso piuttosto che uccidere” ma se un criminale mettesse in pericolo la vita di suo figlio, e l’unica vera possibilità per salvarlo fosse quella di uccidere quel criminale, rimarrebbe ancora coerente alla propria idea? Tra la vita di suo figlio e quella del delinquente quale sceglierebbe quel giornalista? E’ sempre facile fare questi proclami moralistici stando seduti dietro una scrivania, dove l’inconveniente più grave che possa capitare è sbagliarsi a premere un tasto sul computer, mentre è molto più complicato se si possiede una gioielleria, un negozio qualsiasi, oppure se si lavora in un distributore di benzina, dove questa situazione può capitarti ogni giorno. Quando succede che un comune cittadino uccide un rapinatore per difendere la propria vita o quella di un familiare, bisognerebbe chiedersi: al posto suo cosa avrei fatto? Il famoso giornalista di cui sopra, se lo sarà chiesto prima di scrivere il suo articolo? Se ci trovassimo nella situazione di dover fare una scelta del genere, qualsiasi decisione cambierà per sempre la nostra vita e quella di tutte le altre persone coinvolte, ma di sicuro su qualche giornale del giorno dopo leggeremo che avremmo potuto agire diversamente. Noi impariamo a combattere per la vita solo quando rischiamo di perderla, e pensiamo alla morte solo nel momento in cui sta per colpirci direttamente; solo allora riusciamo a capire davvero cosa significa. I proclami e gli articoli di giornale restano solo parole!

A ognuno il suo


Pur essendo nell’ambiente delle arti marziali dal lontano 1979, c’è una cosa che ancora fatico terribilmente a sopportare, cioè quei “Maestri” (o presunti tali) che dedicano gran parte del loro tempo a gettare fango su coloro che praticano e insegnano discipline diverse, o addirittura la stessa Arte Marziale ma nell’ambito di una associazione diversa dalla loro. Nell’attuale panorama nazionale e mondiale troviamo discipline strettamente tradizionali, che mantengono inalterati nel tempo tecniche e modi di praticare delle loro lontane origini, così come sistemi di Difesa Personale da strada estremamente concreti, efficaci e moderni. Ci sono poi sport di combattimento finalizzati agli incontri in un ring e antichi stili cinesi che sembrano derivare più dalla ginnastica artistica che dalle Arti Marziali orientali. A onore del vero bisogna dire che, nonostante la loro enorme diversità, sono tutte molto belle sia da vedere che da praticare quindi, visto che ognuno ha i propri gusti e che questi non devono essere messi in discussione, si capisce perchè tutte le Arti Marziali possono contare su un certo numero di praticanti, più o meno numerosi o costanti nel tempo. Ho sempre capito lo spirito di chi si iscrive solo per imparare a difendersi o di chi vuole inserire il fascino dell’antico oriente nella routine della sua vita tra casa, famiglia e lavoro. Capisco coloro che si dedicano assiduamente a combattere sul ring e chi invece trascorre le proprie serate in una palestra a maneggiare bastoni, spade, coltelli e altri oggetti strani. E proprio perchè capisco, non ho mai osato criticare chi pratica stili diversi dai miei! A mio parere, l’unica discriminante che conta è tra chi pratica e insegna con serietà e preparazione, con professionalità e coscienza, concentrato sugli obiettivi che si è prefisso e chi invece no, indipendentemente dalla disciplina, stile o sua provenienza geografica. Ho sentito qualche volta dei “Maestri” vantare l’assoluta superiorità della propria Arte Marziale sull’universo intero, quando loro stessi iniziarono a praticarla soltanto perchè la palestra si trovava sotto casa, e per andarci non si sarebbero bagnati quando pioveva. Il saluto delle Arti Marziali è un segno di rispetto verso il Maestro e i compagni, rispetto che bisogna portare anche verso gli altri, altrimenti non abbiamo ancora capito niente!

Riflessioni sulle armi


E’ un tranquillo mercoledì pomeriggio di metà aprile e sto ancora riflettendo sulle notizie appena diffuse dai telegiornali: un ragazzo impazzito è entrato in un’università americana e ha ucciso a colpi di pistola 32 studenti, scatenando di nuovo le solite polemiche riguardo la possibilità di acquistare senza problemi qualsiasi tipo di arma da fuoco negli Stati Uniti. In America, il concetto di possedere le armi per la difesa personale, è una vera e propria cultura, al punto che qualcuno ha detto che se qualche altro studente fosse stato armato con una pistola, il killer sarebbe probabilmente stato fermato prima di completare la sua strage. Questo concetto è abbastanza lontano dalle mie idee, però continuo con le mie riflessioni. La seconda notizia riguarda una bambina di nove mesi uccisa dai due cani rottwailer dei genitori lasciati liberi: dicono che la colpa non è mai dei cani ma dei loro padroni, quindi ciò che è successo in America è colpa delle pistole oppure dell’uomo che le impugnava? La terza notizia descrive un terribile incidente a Reggio Emilia dove un bambino di otto anni e una donna sono stati investiti e ridotti in fin di vita da un’auto che non si è fermata al semaforo rosso: il conducente stava guidando un’arma e probabilmente non lo sapeva! La quarta notizia riguarda una dottoressa finita all’ospedale in condizioni disperate dopo essere stata colpita a martellate in testa da un paziente all’interno del suo studio: questo squilibrato non possedeva un’arma da fuoco, ma ha ottenuto il suo scopo in modo diverso. La quinta notizia racconta di come un farmacista abbia dovuto consegnare la cassa ad un criminale che gli puntava la pistola in faccia: forse nessuno dei due in Italia poteva entrare in armeria e acquistare quell’arma, ma il delinquente l’aveva lo stesso e il farmacista no! Queste notizie mi fanno riflettere sul fatto che ogni cosa che ci circonda può trasformarsi in un’arma micidiale, dall’auto al cane, dal martello al coltello da cucina, e che il divieto di acquistare e portare con sè le armi vale solo per i cittadini onesti che rispettano le leggi. Per ciò che riguarda le armi da fuoco, non so se in America hanno ragione o no, perchè io so solo quante persone vengono uccise in un anno, e non quante si sono salvate la vita solo perchè avevano una pistola. Di certo, su questi episodi c’è molto da riflettere per tutti!

Se ne sono accorti solo ora


La pagina 144 del televideo Rai di mercoledì 11 ottobre 2006 citava testualmente che un rapporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite afferma che nel mondo una donna su tre ha, almeno una volta nella vita, subito violenze, non solo fisiche ma anche psicologiche o relative a mutilazioni genitali: quello che è peggio, è che in ben 192 Paesi appartenenti all’ONU non esiste nessuna legge che punisca gli uomini protagonisti di violenza a donne. Questo rapporto, che analizza dettagliatamente il fenomeno, definisce la violenza sulle donne come “un flagello mondiale”, e il primo assistente di Kofi Annan ha dichiarato che “la realtà ora è di pubblico dominio e questo ci obbliga ad agire a livello planetario”. Se andiamo ad analizzare i dati scaturiti da questo rapporto, possiamo quindi capire come mai in tanti episodi di aggressioni a donne siano coinvolti stranieri e in particolar modo gli extracomunitari: se un uomo arriva in Italia provenendo da un Paese nel quale non esiste reato per la violenza su una donna, forse non considera che qui invece tali leggi esistono. Se da dove è arrivato, la considerazione delle donne in generale si limita ad oggetto di passatempo sessuale e di procreazione della specie, forse non pensa che qui non è così. Se nel luogo nel quale è cresciuto, le donne non hanno diritti di alcun genere di fronte ad un uomo, qui non è così e, anzi, il primo diritto delle donne in Italia è di poter dire “NO”. Quello che mi chiedo è cosa intendono all’ONU con “agire a livello planetario”: vuole dire che costringeranno quei 192 Paesi che non hanno leggi di questo tipo a vararle? Ma se la loro ormai millenaria cultura è questa, come pensano di fargliele poi rispettare? Se non riescono ad accettare le leggi degli altri, quando vanno in casa degli altri, come si potrà mai pretendere che decidano di punto in bianco di cambiare tutto in casa loro? Anche in Italia ci sono uomini che compiono violenze di ogni genere sulle donne, e che vengono sempre condannati a pene ridicole, quindi dire che “ORA” la realtà è di pubblico dominio mi sembra un’ipocrisia assoluta e una presa in giro: è sempre stato così e anche all’ONU l’hanno sempre saputo, esattamente come l’abbiamo sempre saputo noi! Diciamo piuttosto che all’ONU, come nei parlamenti europei, se ne sono sempre fregati!

Perchè non pensarci prima?


Ad inizio aprile c’è stato a Bologna un altro, ennesimo episodio di aggressione a scopo di violenza sessuale ai danni di una ragazza di 25 anni che se ne stava tornando a casa di sera. L’aggressione è stata particolarmente brutta, con la vittima inseguita, trascinata a terra, e minacciata anche con un coltello ma, grazie al provvidenziale intervento di un uomo che ha spaventato l’aggressore, la ragazza è riuscita a cavarsela senza subire danni fisici gravi. Nei giorni seguenti, nell’articolo di un quotidiano che descriveva i fatti, ho letto la frase: forse la studentessa avrebbe potuto reagire se solo qualcuno le avesse insegnato come. A Bologna, come in tutte le altre città d’Italia, i corsi di Autodifesa Femminile esistono da sempre, organizzati dalle Istituzioni, dalle Associazioni, da Istruttori privati: per sapere è sufficiente aprire le Pagine Gialle, o digitare su internet “Autodifesa Femminile”, mentre per capire e scegliere basta telefonare, oppure recarsi in palestra e parlare con l’Istruttore. Personalmente, insegno Autodifesa in corsi specifici alle ragazze dal lontano 1991 e ho al momento corsi avviati in tre differenti palestre di Bologna (Mithos, via Emilia Levante 17) e provincia (Zona Fitness, via Matteotti 2 a Villanova di Castenaso e TR-club, via Mori 6 a Prunaro di Budrio) e ho notato che le ragazze che sentono il problema si documentano, si iscrivono, e partecipano alle lezioni con continuità, serietà e impegno davvero ammirevoli. Vedo anche tante ragazze alle quali imparare a difendersi non interessa nulla perchè tanto “sono sicura che a me non capiterà mai”: quando una ragazza termina la lezione di step o di fitness alle 20 e, invece di fermarsi fino alle 21 per partecipare alla lezione del corso di Autodifesa decide di andarsene a casa, compie una scelta precisa, la scelta facile di mettere la testa sotto la sabbia per non vedere, invece di agire in prima persona per poter prevenire. Se non vi interessa nuotare basta che evitiate di tuffarvi in mare o di entrare in piscina. Se non vi interessa pedalare potete di sicuro evitare di utilizzare la bicicletta o la cyclette. Se non vi interessa imparare a difendervi, dovrete solo sperare che nessun uomo decida mai di picchiarvi e violentarvi. Dipende da lui, non da voi! Perchè non pensarci prima?

Nuovo corso di difesa femminile


Questa settimana prende il via un nostro nuovo corso di Autodifesa Femminile in zona Villanova di Castenaso nella bellissima palestra Zona Fitness in via Matteotti 2, una strada laterale della S. Vitale all’altezza del curvone della zona industriale di Cà dell’Orbo. Per noi è il terzo corso di questo genere e si va ad aggiungere a quelli tenuti nella palestra Mithos in via E.Levante 17 a Bologna e nella TR-club in via Mori 6 a Prunaro di Budrio. Tutti questi corsi hanno una caratteristica che li contraddistingue da ciò che si è sempre fatto relativamente alla Difesa Femminile, cioè non si limitano ad un numero X di lezioni (dieci o quindici) ma continuano da settembre a giugno, come i corsi di Arti Marziali. Questa scelta è dovuta al fatto che, se è abbastanza vero che un programma di lavoro ben strutturato riesce a mettere in condizione una ragazza di difendersi da alcune situazioni, in un periodo che oscilla dai tre ai quattro mesi (una sera settimanale di pratica), è anche vero che troppe situazioni non possono nemmeno essere considerate in un tempo così breve. Inoltre, le ragazze che partecipano ai corsi difficilmente si accontentano di ciò che hanno appreso e, ad un certo punto, cominciano a porre domande del tipo: ma cosa si può fare se l’aggressore ti getta a terra? Come devo comportarmi se possiede un coltello? Come posso affrontare una situazione contro due aggressori? Ma se per queste situazioni quello che so fare non funziona, allora il corso non mi è servito a niente? Allora come faccio? Continuando ad allenarsi nel tempo, sarà possibile affrontare queste problematiche con la calma e la metodologia necessaria per ottenere risultati decisamente inimmaginabili. Un altro aspetto importante è che qualsiasi ragazza può iscriversi anche a corso iniziato e lavorerà sul suo programma fino a raggiungere le altre: in un corso da dieci lezioni come potrei accettare una ragazza che si iscrive alla quinta? Questo corso si terrà tutti i sabati dalle 12 alle 13 ma, se dovesse esserci richiesta, valuteremo anche altri giorni e altri orari. Ogni nuovo corso di Autodifesa Femminile che apre, è una nuova opportunità per tutte le donne di dire NO alla violenza: non lasciatevela sfuggire! Imparate anche voi a dire NO!

Corsi regolari quando e perchè


La settimana scorsa, su queste stesse pagine, ho spiegato quando e perchè può essere una buona soluzione quella di intraprendere lo studio del Jeet Kune Do e del Kali-Escrima con un programma di lavoro individuale, basato essenzialmente sulle lezioni private. E’ chiaro che, a fronte di un costo abbastanza impegnativo, c’è il vantaggio di lavorare con un Istruttore qualificato che cura solo noi, impostando il programma che ci interessa, e correggendo tutti i minimi dettagli che possono compromettere l’efficacia di una tecnica. Chiunque disponga però della possibilità di partecipare alle lezioni regolari di un corso in palestra (“tempo”) troverà una situazione diversa e altri tipi di vantaggi a sua disposizione. Il lavoro svolto in gruppo insieme agli altri allievi del corso non può dare l’immediatezza di apprendimento delle lezioni private, ma contribuirà a creare difficoltà diverse al nuovo allievo, che dovrà abituarsi a eseguire le sue tecniche contro compagni di struttura fisica e livello di abilità molto diverso tra loro: portare una semplice combinazione di colpi su una persona di un metro e sessanta oppure su una di due metri non è esattamente la stessa cosa. Considerando che il novanta per cento del lavoro viene svolto in coppia, si deve imparare anche ad allenare i propri compagni, tenendo loro i colpitori nella posizione corretta per eseguire i calci, pugni, gomitate e ginocchiate alla giusta distanza e alla massima potenza. Anche nel lavoro svolto con i bastoni o con il coltello, l’abilità di chi ci sta di fronte è fondamentale per aiutarci ad imparare e ad applicare le varie difese in maniera realistica. Va da sè che mentre le lezioni private concentrano su di noi l’attenzione dell’Istruttore e sono finalizzate solo a prepararci alla Difesa Personale e alle strategie di combattimento, i corsi regolari ci concedono la possibilità, nel lungo periodo, di imparare anche ad allenare un’altra persona, cosa che diventa fondamentale quando ci si trova tra allievi a lavorare da soli fuori dagli orari dei corsi, o quando si intraprende un Corso di Formazione Istruttori. Personalmente trovo che queste discipline rappresentino un modo unico per socializzare, entrare nel gruppo, fare conoscenze, crearsi amici. Al giorno d’oggi non è poi così poco!

Lezioni private quando e perchè


Negli ultimi tempi c’è un sempre maggior numero di persone interessate ad apprendere le Arti Marziali che insegno, non nei soliti corsi in palestra, ma attraverso le lezioni private. I motivi che possono portare a questa scelta particolare sono molto diversi e tutti validi. Quasi sempre si tratta di persone che lavorano in orari che rendono difficile la regolare frequentazione di un corso: chi lavora in un ristorante, in un centro commerciale, o in una attività in proprio, non può sempre recarsi in palestra le stesse sere e agli stessi orari. Ci sono poi persone che praticano già Arti Marziali ma che desiderano approfondire solo alcuni precisi argomenti, tipo le leve articolari, la difesa da coltello, l’uso dei bastoni, ecc. Poi ci sono coloro che evitano volentieri l’impatto con l’ambiente nuovo, il confronto con altri che praticano da anni e sono già più esperti, quindi il rischio di fare la figura di quello che non è capace, senza pensare che a suo tempo, prima d’imparare, ci siamo passati tutti. Qualunque sia il motivo che c’è dietro a questa scelta, cerchiamo di capire come si svolge una lezione privata e quali vantaggi porta: individuate le reali esigenze dell’allievo, si va ad impostare un programma che sviluppi poche tecniche ogni lezione, in modo semplice e preciso, curando ogni dettaglio, variando il tipo di lavoro ma restando sugli stessi principi. Non bisogna creare confusione nella mente di chi sta imparando perchè l’allievo dovrà svolgere un lavoro suo su questo programma, e quando l’Istruttore non sarà presente ogni tecnica, ogni passo, ogni movimento, dovrà essere ben chiaro e ben memorizzato. E’ bene invece mostrare in quali varianti la stessa tecnica può essere allenata per dare il modo all’allievo di diversificare la difficoltà del lavoro, rendendolo così più completo. Nella seduta successiva è indispensabile verificare i progressi raggiunti, prima di andare avanti con il programma, e se non dovessero essere soddisfacenti bisognerà capire perchè. Le lezioni private portano risultati straordinari in tempi brevi, concedendoci la possibilità di imparare e praticare con un Istruttore qualificato che dedica a noi tutta la sua attenzione. La scelta è impegnativa sia come lavoro che come costo ma credetemi, ne vale la pena!

Un equivoco da chiarire


Spesso mi è capitato di sentir dire da praticanti e da Istruttori di Wing Chun che questa è l’Arte Marziale di Bruce Lee, sperando chiaramente di ricavarne vantaggi pubblicitari. Infatti, nonostante molti lo detestassero e lo contestassero più o meno apertamente, non si può negare che la sua attività e i suoi film abbiano contribuito per decenni a riempire corsi e palestre di ogni disciplina marziale di combattimento in ogni remoto angolo del mondo. E’ però necessario fare delle precisazioni storiche per chiarire questo equivoco che si sta trascinando anche da troppo tempo, creando confusione in chi vuole continuare a seguire la via che Bruce Lee aveva aperto quarant’anni fa: nel 1954, cominciò a praticare il Kung Fu (stile Wing Chun) a Hong Kong, sotto la guida di un famoso Maestro di nome Yip Man. Continuò fino al 1963, tra Hong Kong, San Francisco e Seattle, quando incominciò ad interessarsi alle altre discipline marziali e di combattimento, comprese quelle occidentali come la Boxe, la lotta libera e grecoromana, la scherma tradizionale e sportiva, cercando di integrare i princìpi più importanti per creare un suo nuovo sistema di Difesa Personale veramente completo in tutte le situazioni da strada, che scelse di chiamare Jeet Kune Do. La sua ricerca e i suoi studi continuarono ininterrottamente fino al 20 luglio 1973, giorno della sua morte improvvisa, passando attraverso Arti Marziali cinesi, giapponesi, coreane, filippine, indonesiane, tailandesi, per rendere il Jeet Kune Do più completo ed efficace. Chiaro quindi che Bruce Lee iniziò con il Wing Chun, ma la conoscenza acquisita in una vita di studio lo aveva portato lontanissimo dallo stile praticato agli inizi della sua carriera, e il suo Jeet Kune Do, avrebbe condizionato per sempre il mondo delle Arti Marziali. A me piace fare l’esempio di Michael Schumacher e Ayrton Senna, che hanno iniziato a correre con i go-kart, arrivando poi a fare quello che tutti abbiamo visto in Formula Uno. Se c’è qualcuno (al mondo) che si sente in piena coscienza di sostenere che Schumacher e Senna sono stati solo due piloti di go-kart, allora possiamo tranquillamente sostenere che Bruce Lee è stato solo un praticante di Arti Marziali e che il Wing Chun è stato il suo stile.

Completezza, non superiorità


Il mondo del Jeet Kune Do, come del resto quasi tutte le altre discipline marziali, è ormai frammentato tra decine di Associazioni e centinaia di Istruttori, e bisogna riconoscere con obiettività che alcuni di questi ritengono che chi pratica Jeet Kune Do sia superiore ad ogni altro praticante di qualsiasi Arte Marziale o sport di combattimento, però non è affatto così. Bruce Lee ha infatti sempre sostenuto che la superiorità non nasce da un sistema piuttosto che da un altro, ma da come l’abilità individuale riesce a utilizzare al meglio un sistema. Se facciamo combattere tra loro un pugile e un lottatore chi vincerà? Può darsi il più tecnico, o il più forte, o il più veloce, ma può essere il pugile come può essere il lottatore. Non ho mai considerato chi pratica Jeet Kune Do superiore a praticanti di altre discipline, semplicemente perchè non è così: ho conosciuto lottatori, pugili, combattenti di muay thai e full contact, contro i quali ero felice di non dover combattere perchè la loro preparazione in termini di resistenza, velocità, capacità di sopportare colpi era molto superiore alla mia: questo discorso vale fino a quando si combatte sul loro terreno e rispettando le loro regole. Siccome però il Jeet Kune Do (abbinato al Kali-Escrima) rappresenta il metodo di difesa personale più completo esistente, deve permettermi di poter affrontare anche le situazioni nelle quali specialisti di altre discipline si troverebbero totalmente impreparati, e qui sta il vantaggio vero: un pugile non è preparato ad affrontare un avversario che tira calci e colpi di gomito e chi combatte incontri di full contact non conosce le leve e le proiezioni a terra. Essere specialisti di una precisa disciplina porta spesso, nell’ambiente delle Arti Marziali, ad ignorare completamente tutto il resto e, se si considera l’aspetto della difesa personale, questo rappresenta un problema, perchè non ci si può difendere da ciò che non si conosce. Ad una preparazione tecnica completa, bisognerà poi aggiungere le qualità individuali. L’obiettivo del nostro sistema è quello di imparare a difenderci in ogni tipo di situazione, e chiunque sostenga che i praticanti di Jeet Kune Do sono superiori a chi pratica altre arti di combattimento non ha capito nulla. I veri Istruttori di Jeet Kune Do lo sanno bene!

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